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sabato 24 aprile 2010

Equilibristi #3










Verso la fine della vita avviene come verso la fine di un ballo mascherato, quando tutti si tolgono la maschera. Allora si vede chi erano veramente coloro coi quali si è venuti in contatto durante la vita. 
(A. Schopenauer)






In un bar si fanno sempre incontri strani e inaspettati e per questo quasi tutti quelli che entrano cambiano faccia, entrando; a meno che non siano frequentatori abituali, ma anche in quel caso ostentano fin troppo quest'allegria, come fosse un merito a fatica guadagnato e di cui vanno orgogliosi. A me nessuno mi vede entrare e nessuno uscire, ma questo forse non significa che non indossi maschere anch'io, qui dentro. Come fuori, probabilmente. Come voi, come tutti.
Gli unici che sanno entrare nel bar senza fingere sono gli studenti: allegri, sfrontati, stronzi e sfacciati. Entrano come si entra nella vita, spalancando la porta senza timori, come chi entra per litigare disposto a lasciarsi ferire.  
Ne sono entrati due ridendo allegri, di prima mattina. Uno diceva all'altro: "ma tu sei pronto in storia?" Ma l'altro lo spiazzava: "Dici che Lavinia ci sa fare?" E rideva, e negli occhi lampeggiava, come un riflesso di fanali, la malizia che lo possedeva. 
Portano negli occhi molti desideri orizzontali. Tutti. E se indossano maschere, sono gli unici che non le cambiano entrando da questa porta: chi era timido qui fuori, entra timidamente, non saluta nessuno, aspetta alla cassa stringendosi alle caramelle che aspetta di pagare. Chi fuori godeva di un motorino sgangherato, entra mostrando la sua maschera sgangherata. E quelli normali, aprono la porta ed entrano fieri della loro normalità.  Qualcuno di quelli più piccoli ha addosso una sua timidezza di cucciolo.
Uno ne è entrato adesso: ma non è poi così piccolo. Fuori i suoi amici fanno rumore con le marmitte aperte dei motorini.
E’ Leonardo. Entra a comprare le caramelle, come un bambino qualunque. Anche se è alto. Anche se comincia già a bere birra e rifiutare sigarette. Anche se muore dalla voglia di innamorarsi, ma non sa come si fa. 
Capire gli adulti è più complicato, forse perché sono troppo semplici.
O forse anche questo mio raccontare è tutto un errore, perché proietto alle mie spalle pezzi di film che ho visto e conosciuto, e credo di capire tutto. Il vecchio padre che racconta tutte le storie dev'essere vecchissimo, quasi più vecchio del mondo. Un vecchio che sorseggiava brodo primordiale, nelle sue serate allegre. Oppure la magia si nasconde davvero nelle parole che scegliamo di adoperare. Forse è tutta lì.
Questo giovane che sta cominciando ad uscire si descrive soprattutto per quello che non è: non è alto né grosso, non ha capelli da killer, non porta i vestiti di un reduce, non parla a voce troppo alta, non ha studiato, non è che gliene importi poi tanto, non ha mai baciato una ragazza, non si è mai innamorato, non saprebbe riconoscere l'amore neppure se  lo trovasse seduto lì accanto, in autobus, non ha mai fatto un viaggio all'estero, non ha mai capito cosa significa "amor ch'a null'ho amato", non ha mai preso meno di cinque né più di sette, non ha mai capito i suoi genitori, presumibilmente ricambiato, non ha mai fatto a pugni e non ha mai finito "Se questo è un uomo", libro amorevolmente consigliato dalla sua professoressa dello scorso anno. Non è come gli altri. Non è migliore degli altri: non ha mai aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, non ha mai veramente ascoltato un professore, non ha evitato che in piazzetta qualcuno prendesse troppo in giro qualcun altro, quando altri dissero “negra” lui guardava altrove; non ha mai pensato davvero al rapporto che c'è tra colpa ed omissione, in effetti.
Non è peggiore di altri: non ha mai fumato uno spinello, non ha mai rubato nulla con un valore superiore al paio d'euro, non ha mai trafficato in foto porno di compagne di classe, non ha mai ascoltato davvero quello che dicono in tv, non ha mai tradito un amico. 
Ora, nella magica età delle prime volte, molte di queste cose stanno per capitargli, proprio come sta per aprire la porta del bar e uscirsene fuori, incontro agli amici, per scappare via sulle selle rombanti, verso scuola o chissà dove, schivando autobus e indiani. 
Conoscete quella vecchia storiella? 
Degli dei non si può propriamente raccontare nulla. La loro vita è beata e immobile, per questo spiano l'amore sulla terra. 
Ma neppure i demoni hanno voce perché sono ormai sprofondati dietro la loro maschera di dispetto e ciarla, per questo spiano l'amore sulla terra. 
Una storia che inizia è soprattutto una storia in cui ci sia l'amore della terra.
Le storie infelici hanno sempre la loro particolare infelicità. Quelle felici si somigliano sempre nel loro enigma. 

sabato 17 aprile 2010

Equilibristi #2

(per leggere il cap precedente clicca qui)
1.



I solitari leggono molto, ma parlano poco e poco sentono dire: la vita per loro è misteriosa. Sono mistici e spesso vedono il diavolo dove non è.
(A. Cechov)


“Cosa posso prendere adesso?
”
“un taxi!”
“va bene, allora fammi un taxi, ma con poco ghiaccio.”
(in un bar)




Un giorno il professore entrò nel bar: aveva un'aria piuttosto sciupata. Dagli occhi sembrava uscire un'aria pestilenziale, nel cervello i cavalieri dell'apocalisse dovevano martellargli direttamente le meningi e inutilmente i muscoli del viso cercavano di mantenere la pelle del viso tesa in una maschera rispettabile. Sembrava un criceto smarrito: lanciava occhiate di qua e di là, dalla zuccheriera alla barista, dal pavimento ai lampadari, di nuovo la barista, cercando il gesto complice, biascicando finalmente "...il solito...", tornando ad ammirare le bustine di zucchero, misurando le distanze da percorrere con le mani, contemplando soddisfatto la posizione dei suoi piedi, quando, posato il gomito sul bancone, finalmente può godere di una posizione relativamente stabile.
Enrico, è il suo nome.
Succede in certe strane mattinate che il mondo perda la sua solita consistenza: allora le molecole sembrano allentare i loro lacci, gli atomi schizzare impazziti, le scarpe ora incollarsi al pavimento, ora galleggiare senza attrito, la visione dimostra che la diffusione delle onde, i movimenti di quelle invisibili, innominabili particelle, sono diventati sghembi: gli occhi fissano un cielo che, stabile da millenni, improvvisamente ha accelerato e si muove ora avanti, ora indietro, e sembra fermarsi ma solo per scattare ancora indietro e poi rovesciarsi avanti, roteando e martellando una coscienza che sembra dover imparare tutto di nuovo.
Se qualcuno, come me, se ne accorge, probabilmente apprezza i suoi sforzi: è come un bimbo che impara a gattonare. Ma è anche quel che resta di un diavolo sconfitto che ora paga le sue pene: quell'aria contraddistingue chi precipita da grandi altezze, e chi ha tentato inutilmente di alzarsi in volo, nella ressa di un locale pieno di studenti, o sul tappeto diagonale dell'hascish ha sognato di avvolgersi negli arabeschi che fa la luce dei lampioni infiltrandosi in casa e mescolandosi con quelle delle stelle più decadenti. Ieri quel mondo liquido tutto avvolgeva, ed era un brodo che protegge, una danza tra membrane plastiche che si infrangono silenziosamente.
Bene, ho tempo da perdere, anche oggi. Spero ne abbiate anche voi.
Viviamo in un mondo dove non si gioca mai: la comunicazione è diretta o, quand'è indiretta, è sempre fin troppo esplicitamente seducente. Dobbiamo avere sempre bisogno di qualcosa, e quando non possiamo permetterci più niente, scopriamo non avere dei veri desideri. E così non sto vendendo niente, e per me il mondo è sempre composto di volumi fluidi che si intersecano.
E questa mattina il prof paga i postumi di una bella e sonora sbornia.
Ma è proprio questa mattina che qualcosa deve accadere: come faccio a saperlo, vi chiederete?
Perché sono il diavolo, ovvio. O perché sono io che sto raccontando questa storia.
Quindi, ricominciamo: ogni mattina quasi tutte le persone che conoscete entrano in un bar.

domenica 11 aprile 2010

Equilibristi #1



Equilibristi (cap 1)

Camminiamo tutti su un filo:
la vita è il cammino,
l’amore il filo.




Capitolo 1

Tu, Jimmy Mahoney, sei condannato:
per omicidio indiretto d’un amico
due giorni d’arresto;
per aver disturbato pace e concordia
due anni d’interdizione;
per seduzione d’una donna di nome Jenny
quattr’anni di reclusione;
per il canto di cose vietate durante un tifone
dieci anni di carcere.
Ma per non aver voluto pagare un’asta
e tre bottiglie di whisky,
per questo tu sei condannato a morte,
JimmyMahoney.
Per mancanza di soldi,
ch’è il delitto più grande che ci sia sulla terra!
(B.Brecht)



Alla fine di questa storia una persona si troverà appesa a un filo. E' una cosa a cui si fa l'abitudine, ma guardatevi attorno, guardatevi indietro. Fermatevi un momento e pensate a tutte le volte in cui siete stati appesi a un filo. Quando la professoressa scorreva la penna lungo l'elenco del registro. Quando avete chiesto la mano di vostra moglie, e il giorno che avete divorziato, forse. Quando la notte non ne voleva sapere di finire. Quando il medico vi ha consegnato il risultato di quegli esami. Quando avete avuto paura.
Ma non una paura generica: essere appesi a un filo significa che la situazione si immobilizza in un istante di consapevolezza, proprio nel momento in cui l'infinita catena di eventi più o meno casuali che chiamiamo, di volta in volta, vita, storia, destino, minacciosamente oscilla tra due possibilità. La paura nasce soprattutto perché non è affatto facile prevedere non solo quale delle possibilità diventerà concreta ma anche rispondere alla domanda: se veramente tu potessi scegliere, quale di queste possibilità sceglieresti? Voglio dire: non è solo la monetina che gira nell'aria, prima di cadere dal lato della testa o della croce; la questione è che senti confusamente nelle tue frattaglie di aver scommesso molto, su quel lancio di moneta, ma non ricordi più su cosa hai scommesso.
Molte volte la faccenda finisce con la monetina che gira tra le dita, in attesa del prossimo giro. Ma non sempre è così semplice.
A me è capitato di non avere da mangiare. Non fingete di stupirvi. E' solo che non mi avete visto e non potrete vedermi, visto che sto scrivendo. E scrivo precisamente perché voi non riuscite a vedermi. Preferite guardare la tv e, parlando tra noi, e senza volervi annoiare, c'è poco da fidarsi di una cosa che immobilizza i vostri occhi. Chi immobilizza i vostri occhi, desidera troppo immobilizzare voi. Comunque, io sono, riassumendo la mia situazione, una persona che vive dentro questo bar. Sono quel genere di persona da cui potete aspettarvi che prima o poi vi racconti di quanto sia difficile restare senza mangiare o vivere per la strada. E invece non voglio proprio farlo! E' solo che anche lì, quando ti capita un periodo storto, ti senti appeso a un filo. Succede quando hai teso la mano, guardando la città scorrerti davanti col naso all'insù, prigioniero di un treno immobile dai cui finestrini guardavi, guardavi, e guardavi. E' un'altra di quelle situazioni complicate che a volte capitano. Voglio dire, non più complicato di tradire la propria moglie o spiegare al proprio figlio perché ultimamente a casa si alza la voce. E’ un casino, gente, ma è un casino per tutti.
A volte capita di trovare da mangiare, a volte no, ma non è questo l'importante. Forse dovrete passarci per capire che cosa intendo, e forse quando ci passerete troverete un nome diverso per questa cosa. Io, il nome giusto, non lo so. Forse non vi importa neppure capirlo, ma penso che sia una cosa che succeda qualsiasi strada, rotta, destino, casualità vi troverete a vivere. Assume diverse forme, certo, ma accade.
Eppure, ripensateci: tutte le volte che siete stati a danzare su un filo, appesi a un filo, in bilico, sul punto di cadere, siete stati attraversato dallo sguardo di qualcuno.
E quello sguardo vi ha salvato la vita. La paura che poteste cadere, vi ha tenuto su. In qualche caso forse anche la speranza di una caduta, vi ha tenuto su: queste cose sono complicate da capire.
Ma l'avete sentito: non stavate scegliendo veramente uno degli innumerevoli possibili futuri, no, niente affatto. Voi avete in quel momento salutato, sbattendo le vostre piccole inutili ali festanti, tutti quei momenti futuri che ad ogni istante perdono la possibilità di esistere. E avete accettato, col vostro corpo sprizzante strane gioie, quel che è stato. Niente si può cambiare, neppure questo punto.
E avete imparato un piccolo segreto, come stanno imparando le persone che ho visto passare qui davanti in questi ultimi tempi, e di cui voglio provare a raccontarvi la storia.

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