Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

martedì 5 ottobre 2010

Pupazzi di neve

PUPAZZI DI NEVE


Di notte nel bosco c’è un uomo di neve
Ch’è triste e che piange, e un poco si squaglia
Perché finisce l’inverno di gelo, e deve
Al più presto scappare, perché ha una taglia
Sulla sua testa fredda di uomo di neve
E deve fuggire che arriva l’estate
E sbocciano le foglie e i bimbi certe sere
Mentre risuonano le fucilate
Di un sole che ride cattivo, crudele
Di un caldo assassino e una commozione
Involontaria e innaturale. Intanto le mele
Hanno già una loro idea di maturazione.

Mi sciolgo, mi squaglio, si ripete
E un pettirosso si siede sul suo naso
Che crolla. Mettetemi al fresco.
Ora è acqua nelle sorgenti cieche
S’è sciolto e sarà uno spruzzo in un vaso.
Scusate il finale così libresco.




sabato 11 settembre 2010

L'ammazzatopi.


Cerco il tropo giusto per cantare il topo
che ha pagato cara una cagata
tra le mie posate riposate.

Della sua insistenza mi domando lo scopo
come di questa mia cantata improvvisata:
spaventare donne non sposate?

Attaccarci malattie mortali
a noi malati morali?
Rubarci, spendendo tutto il suo coraggio,
una misera crosta di formaggio?
Scaldarsi dentro un vecchio divano?
Mi domando ancora: cosa c'è di vano?

Esiste il veleno, da signora borghese,
che muore stretta nelle spese,
esiste la scopa che non coglie nel segno,
delle fughe mi sfugge il disegno;
esiste, come un cartone animato, la trappola a molla
ma veramente fatale fu solo la colla.

Non è mai detto che l'esca riesca
nel suo intento: come questo componimento:
né formaggio né salame hai apprezzato davvero
e neppure un biscotto, né spezzato né intero.

Nel silenzio della notte tu andavi 
a cercare una misera penna Barilla
che avevi rubato e scordato nella fuga.

Tu, preda del gatto come i tuoi avi,
per una pasta industriale, l'ultima stilla
di vita hai dato alla colla che asciuga.

E io, uomo elevato, scopro la preda
in te, la natura in me: la morte
è un gesto di pietà: la libertà
che ho si esaurisce nel gesto che seda.

La pasta Barilla e il topo che strilla: tale la sorte.

Sei scappato, ti sei arrampicato, hai lottato,
hai cercato, hai tentato, hai saltato, hai scalato,
hai morsicato, hai scalciato, hai...

ti sei trascinato nell'angolo buio
per morire da solo, impastato 
come oggi mi sento impastato io
negli impicci di questa vita di casa soldi lavoro.

Nella lotta i due lottatori sono pari e si corrispondono
in coraggio e dignità: solo questo permette la lotta.
Ho vinto: in casa ritorna la quiete chimica del detergente,
dell'amica ammoniaca. Non avevamo scelta, come sempre.
Io uomo libero mi scopro determinato esattamente come te.
E tu, finendo solo per sbaglio nella trappola, 
ti sei dimostrato sveglio e prudente: eri un topo
evidentemente
che aveva imparato che il formaggio non cresce sul pavimento,
né i biscotti né il salame, e questa è sempre una buona lezione.

Porto in te il tuo grido che è anche mio.

Se la morte è una faccenda di dignità,
sorcetto mio, mi hai insegnato cos'è la libertà.

martedì 6 luglio 2010

Pipistrelli dei bar (...continua e segue...)

“In-battersi”

In una notte finché l’alba
In salute in gola
In malattia in un mazzo di chiavi
In un marzo in un bene che ami
In un fiore tetro in un vetro
Nero in povertà
In libertà in demenza
In una borsa piena di coriandoli
In una buca piena di semenza, in un’oscura
Tana in un ragno spiaccicato
In un’ombra inzaccherata
In un riflesso in un letto
In un fesso in un malore
Improvviso che quasi morivo
In un quasi che hai detto
In un cuore se ce l’hai dentro
In un corso in un piano
In un carso lontano
In un lontano saluto dal treno
In un bicchiere che bevo
In un dio che non credo
In un albero bruciato
In un’anima abbrustolita
In un armadio bucato in un sogno
Deluso in un bambino caduto
Che piange in lacrime morbide
In un dente fasullo in un fucile
In un bacile di sabbia e oro
In un amore in un perdono.

Pipistrelli dei bar (...continua e segue...)

“Tornando, lento”

Si assommano, sono onde
come tali inafferrabili.
Tagliato via dai canti
nei bar oltre le vetrate delle chiese
irritazioni alla pelle sensibile
inadatti ai propri sogni.
Brigando una voglia di sottana.
Stanotte - tra quante ore
devo svegliarmi, penso con orrore -
(e intanto, pensando questo, penso altro)
ho pensato che vorrei ci fosse
qualcuno a farmi i panini
che dicesse torna sano e salvo.
E questo modifica ogni flusso di eventi
mentre piscio nel latte scaduto giù nel cesso.
Abbasso un cuore di pietra un lancio di sassi
sono chiuso tra mille botole
scatole sonore e magiche lanterne.
Ma se crescono i prati tiepidi
nei tuoi occhi colmi d'odore
cos'è questo sottile dolore
questa sorta di mal di schiena
un amico vero è disposto a perderti
a perdere. Anche a pareggiare.
Porto torri di monetine in bilico
sugli orecchi. C'è il rischio
che sugli occhi caschino
sogno ancora i pomodori delle tue guance
la tua peluria di stelle di pianura.
Ogni volta che torno ho conosciuto sirene
ma nessuno ci crede ho amato senza fiato per due minuti
esistono esigenze che posso solo assecondare
ma non dovremmo sottovalutare l'intelligenza del corpo:
quando finisce che ritorno scopro
ogni volta che il posto dove tornavi
quando sei tornato non è il posto a cui tornavi:
è un luogo diverso quello che col mio corpo ogni notte copro
mentre le note appendono colori agli stendini aperti della mia fronte.
Finzione. Maschere. Dietro le maschere, polvere eri: una monetina
sugli occhi: ci sono sempre conti da fare.
Le tende alle finestre sono fatte per non guardare fuori,
le lapidi perchè nessuno torni indietro. Giusto è
dimenticare. Giusto è dilapidare ogni ricchezza.
Trasgredire è un dire come un altro: vorrei non essere mai scaltro.

Pipistrelli dei bar (...continua e segue...)

“Dopo”

Cercano i suoni di questa notte buia
mi invento i tuoi occhi di gianduia
intento nei tuoi sbocchi commerciali sull'atlantico
le rotte della gomma su ferro e del ferro su gomma
il traffico non è male come perdita di tempo
tanto per far quadrare questo bilancio di esistenza
sbrindellata: l'alienazione è lo sguardo perso di un tavolo
in cui una coppia si prepara ad esplodere lontanamente
disposta a fondersi nuovamente in un buco nero,
e le parole che uno lancia così miste a saliva
e poi quella vecchia, che si chiama Silvia, e
il gomito che sale dallo stomaco, che appetito ci vuole
per digerire questo intrico di sfruttamento, questo tremendo
odore d'appartamento chiuso, da uomo solo: questo cielo
solcato da sigari ed aereoplani, questo che ho sotto gli occhi.
Vedere scavalcando tutti i posti a sedere, cercando le note
a margine, i tatuaggi, le impressioni impazzite, le bighe
attorno agli oleandri: apparente sintassi: impossibile nominare
qualcosa. La dialettica è rappresa. Infilo le dita nel tostapane
e parlo del male di vivere, mi dò in pasto alle zanzare
e parlo di serate amare, di donne lontane, di vago
e confuso avvertire la sensibilità esacerbata dell'esistente
che grida non è niente: uccelli schiantantisi ai piloni illuminati
deviati dalle rotte, morti di botte: lupi coraggiosi che
attraversano tunnel bui, e nuotano in mari sporchi.

domenica 4 luglio 2010

Parole

Le parole si rincorrono: parole che chiamano parole. 
Le parole d'amore sono scritte sull'acqua del mare che respira
tra riccioli di schiuma e fiocchi di neve. Sono le canzoni
che imbrigliano le parole, regalandoci parole
sempre nuove per una cosa che resta 
uguale: ti vesti a festa, ti sposi: e muori.


Le parole germogliano: germogliano parole.
Le parole di rabbia esplodono nel temporale
e anche se fanno male si perdono tra rade radici
e lavano il cemento che custodiamo attorno ai polmoni.
Le canzoni le prendono in prestito alla festa
che è gioia e rivoluzione: alla libertà.
Ti fai crescere i capelli, poi li tagli: e muori.


Le parole si moltiplicano e come potenze
si espongono esponenzialemente: ci disegnano,
si impossessano di noi: ci mangiano nei modelli,
negli schemi: eppure nelle foglie di lattuga, nel giro
della chiocchiola, nella luna, nella sua fuga,
esistono le regole: le parole e le regole.


Le parole ci servono: anche se sono sbagliate.
Sono solo il sorriso: i muscoli delle guance.
Gli occhi che balenano. Le parole restano.
Sono il sorriso che resta, e la festa in tasca.
Sono il grido di pericolo, e la fuga, e l'attacco.
Sono la paura del buio: il fuoco che si spegne.
Sono la fame e la sete. Sono la fatica e l'ingiustizia.
Sono la pigrizia di chi può osservare le parole
volare. E le canzoni ce le servono e ci servono
spacciandole sempre nuove per cose antiche,
quando invece le parole antiche 
ci servono proprio per le cose sempre nuove.
E poi anche se muori: tu ti innamori.

venerdì 4 giugno 2010

"Piccola cosmogonia portatile", Raymond Queneau

Raymond Queneau, "Piccola cosmogonia portatile"

Sarò breve, infatti è il solito tramonto e al bar fa un po' fresco, ancora. E poi la brevità è la caratteristica di quest'opera: brevitas ben ambiziosa se davvero tenta di racchiudere in sei canti la storia del mondo. Badate: storia del mondo in senso scientifico, quindi ben poco c'è di antropocentrico. Dell'umanità qui si parla così: "La scimmia senza sforzo diventò / l'uomo, che un po' più tardi disgregò / l'atomo". E questo è quanto. 
Questa è proprio la prima qualità di quest'opera stuzzica il palato. Chimica e biologia incontrano la poesia, come forse solo in Queneau può accadere: per gioco, ma con massima serietà, se è vero che si è seri solo quando si gioca come i bambini. Questa recensione è imbarazzante: come sempre accade con la "Collezione di poesia" dell'Einaudi (catalogo splendido, ma gestione ultimamente da tenere d'occhio: qui si mangiano pure lo struzzo, temo. Per approfondire, ad esempio, potete vedere qualcosa QUI): infatti la traduzione di Solmi è seguita da una guida all'opera scritta nientepopodimento che da Calvino. E allora? Cosa posso aggiungere? 
Innanzitutto qualche riflessione. Quest'opera è del 1950: più di mezzo secolo fa. Cosa c'è da notare? L'esigenza di liberarsi dal "poetese", per riprendere una parola cara al recente scomparso Sanguineti. Esigenza avvertita ben poco in Italia, paese dove il letterato umanista ancora oggi snobba la cultura scientifica, dove le parole inseguono anime vagule blandule irraggiungibili, inesprimibili, inafferrabili. L'Italia è paese di cultura simbolica, da Petrarca in avanti: simbolica nel senso di fare un gran casino all'inseguimento di qualcosa che non si raggiunge, ma c'è un segreto di Pulcinella: quel che non si raggiunge semplicemente non c'è. Mi piace riassumere questo con la dedica che Leopardi appone alla sua poesia "Alla sua donna", ovvero: "a quella che non si trova". Ora possiamo pure sorridere di Leopardi, prototipo scolastico di sfigato, ma il punto è piuttosto che una donna come quella della poesia italiana semplicemente non esiste e non può esistere. E affrontare il poetese significa anche soprattutto fare il contropelo alle parole d'amore: in Italia salterebbero fuori pulci e pidocchi.
Discorso vecchio e scontato, certo: tanto vecchio e tanto scontato da sembrare dimenticato. 
Vorrei proporvi di sorseggiare insieme l'opera, senza pretese esegetiche: per la guida alla lettura c'è, come detto, Italo.
Sorseggiamo, quindi. Ecco come si parla della nascita della luna:

"Una gran pietra tenera sen va.
Oh Luna, gioventù! Svèlta dai lunedì
i campi del Pacifico ascoltavano
le tue maree. Salve, ancora salve, o Luna:
ed è lunare quest'abisso in terra
e le acque nere. E salve, salve, Luna,
comade delle storie!"

Poesia didascalica e misterica nello stesso tempo, non trovate? E ora sentite come viene spazzata via la retorica millennaria sulla luna: (l'aveva già fatto in parte Esenin...): 

"Grosso ciottolo
volavi da leggende straziato
con una faccia tale a un lampadario
ed un aspetto molto simile a
formaggio fermentato."

Viene da riflettere sull'ambizione di una poesia didascalica nel 1950: sembra preistorica, infatti, l'idea che per diffondere una cultura scientifica sia utile scriverne una poesia. Eppure è questo, questo poema: istruzioni per l'uso della storia del pianeta. E vedremo quanta ideologia si nasconda nell'operazione. E sembra incredibile ma anche nel 2010 è utile ricordare come il motore di quella che chiamiamo storia della terra, della vita sulla terra, sia l'evoluzione: approfondite qualcosa sul "Mostro di spaghetti volante" e convertitevi, ramen e via. Evoluzione che è detta, qui: ambizione.

"La terra scopa e scompiglia, tendendo
una trappola infetta quale è detta
dell'ambizione. [...]
L'animale gonfia al massimo
la propria specie, e l'individuo - questo
povero sciocco - muore doppiamente.
Tutti quanti la Terra seppellisce."

Non è proprio questo che è mancato alla cultura italiana? E che manca tutt'ora? Affrontare il nodo delicato della superfluità dell'individuo. L'uomo non è poi tanto importante: è possibile dirlo senza sentirsi accusare di nazismo? Eppure com'è possibile governare un sistema complesso mantenendo la pretesa dell'affermazione di ogni autonoma umanità personale, per di più all'interno di un sistema basato sulla compravendita di quella stessa umanità? La natura stessa non offre garanzie all'individuo, e la vita resta comunque un gioco pericoloso, tanto che nessuno ne esce vivo.
Eppure, in questa poesia scientifica (sembra scritta con un compendio di biologia, mineralogia, chimica, zoologia sotto mano, infatti) l'uomo, rimosso, è onnipresente: nelle metafore il campo semantico d'arrivo è quasi sempre umano. Umanoide.
E così la nascita dei metalli comporta che il mercurio porti dritto a Mercurio: dalla chimica alla mitologia (qualcosa del genere è tentato in Italia da Levi, col suo "Il sistema periodico": altri libro rimosso, schiacciato dalla gloria -che diventa troppo spesso un silenziatore - della sua narrativa concentrazionaria) dall'inorganico al culturale. Non ci fermiamo sull'invocazione a Mercurio: è il cuore dell'opera, certo, ma è un cuore fin troppo manifesto per essere segnalato: sulla polemica verso il poetese, per cui si sta sempre a "paragonar ragazze / a rose" e alla domanda "e allora perché non / d'elettromagnetismo?", abbiamo già detto. Il lettore attento ci arriva da solo: legge. 
Leggiamo invece la nascita della vita, l'origine della natura: 

"Invero abbisognava
molto coraggio a quella scema e pur
cosciente nuova cellula, e davvero
autoctona, allorché la propria vita
lanciò all'assalto della morte. E se 
lo fece è perché essa non sapeva 
ancora, al tempo nel quale intraprese
una fumosa costruzione d'esseri
tutti impregnati di sua moccolosa
gloria"

La vita lanciata all'assalto della morte, con stupenda incoscienza. Perché creazione e distruzione sono intrecciati:

"lo scortecciato bruco, e pur la rondine
di piccolissimi esseri volanti
distruggitrice, e perfino il leone
che rosicchia una tigre, come la 
giraffa un'erba, negare non possono
d'essere i discendenti della cellula
unica, priva di denti ed imberbe
che scoprì che c'è gusto a divorare un vivente."

Nutrirsi è cibarsi di altre vite. Sentenza crudele che marchia d'originario peccato ogni sviluppo naturale. Ma se la creazione prevede la distruzione, è dialetticamente vero anche il contrario: 

"ma come più geniale 
ingeniere  e superbo fu quel primo
sessuato che lo schiszzo proiettò
del proprio sperma sul suo doppio femmina.
Tu voluttà, amabil drizzatrice
degli umani, che dai un buco agli esseri
per ivi eiaculare, e alle montagne 
dai la valle, e dai pure il cilindro
ai pistoni, l'infanta agli elefanti,
alle tigri il Bengala, vacca ai tori,
ed ai cicali doni la cicala,
al sol la notte, ed all'uomo la donna,
gli animali che al lor debito tempo
e luogo per tuo merito assaporano
il pianeta nel qual procreanfottendo."

Secondo me l'intera cultura umana si riassume largamente in questi due estremi: l'umanità ha reso il nutrirsi una gastronomia e il riprodursi eros. Ancora una volta la natura è vista come in controluce, specchiata in faccia all'umana cultura. Ce lo dice lo stesso Queneau: "Tu [la voluttà, nota mia], che sei dei giochi madre / e delle arti e della tolleranza".

Andiamo verso la conclusione. Compare l'uomo: ovvero, appaiono le armi: "E l'orango che vuole / del proprio stronzo un proiettile fare / non lo sa che una palle avrà ragione / di lui". Ma qui la rimozione dell'umano ha il suo colpo di coda che riassume tutta la polemica col poetese: l'apparire dell'uomo conduce, in un tempo che scientificamente è trascurabile, un battito di ciglia, agli strumenti, alla tecnica, alle macchine. 

"[...]Non
si accorgono i Romani tenebrosi
né i tenebrosi Barbari che esiste
un mondo al quale la gloria aspira:
è fatto di bulloni, di carrucole,
pulegge, bielle, cilindri, ingranaggi
e di viti." 

Macchine infine: qui riprendo direttamente le parole di Calvino, mi piace lasciare questo come retrogusto.
"Come ombre di dinosauri s'affacciano all'orizzonte le macchine calcolatrici [...] che sanno fare tante operazioni che l'uomo non può fare ma che hanno bisogno dell'uomo. L'uomo ha cura di loro e loro hanno cura dell'uomo." 
Questo poema è del 1950. Sono passati sessant'anni. Le macchine le abbiamo viste nei nostri film, amiche o crudeli. In molti casi questa profezia evolutiva l'abbiamo vista confermata: l'uomo è la sua tecnica. La storia dell'uomo è la storia dei suoi strumenti. 
Ricordarlo significa snobbare una buona volta gli umanisti parolai.
Ricordarlo significa una buona volta rammentare che la tecnica chiede un'umanità adeguata. Richiede un adattamento evolutivo.
Chiudo con una domanda: l'infanzia è l'età umana in cui si compie quest'adattamento alla tecnica. Guardate i vostri figli. Guardate come si comporatano con il cellulare e il computer, e capite cosa voglio dire. La domanda è: la storia degli ultimi tre secoli non è forse la storia di un mancato adattamento dell'uomo alle sue tecniche? 
L'ideologia dell'umano non impedisce forse lo sviluppo di una civiltà della tecnica che sappia condurci fuori dal LABORintus?

P.S. Visto che quest'opera così indigesta ce la siamo bevuta, mi piace l'idea di augurare a chi legge: salute.

lunedì 31 maggio 2010

Bob Kaufman, "Manifesto abomunista" 1959

Bob Kaufman "Manifesto abomunista"

Se non ricordo male ne esisteva una traduzione ad opera della Pivano su una raccolta di poesia beat di cui non ricordo l'editore. Non riesco neppure a trovare il libro causa frequenti impossibili traslochi, quindi non so dare riferimenti più precisi. La seguente traduzione è mia, e ovviamente è più che aperta a consigli e precisazioni da parte di persone più esperte di me. Mi dispiace soltanto che di questo interessante poeta non si trovi pressoché nulla in italiano, neppure sulla rete, eccezion fatta per il "Blues dell'acqua pesante" che potrete trovare con una semplice ricerca su Google.
Qui il link della pagina di wikipedia su Bob Kaufman, come vedrete tremendamente spoglia.


Gli Abomunisti non credono in niente se non nelle loro mani o gambe o cose simili.

Gli Abomunisti hanno spaccato l'antipoesia per ragioni poetiche (e frink?).

Gli Abomunisti non guardano opere dipinte da presidenti e primi ministri disoccupati.

In tempi di pericolo nazionale, gli Abomunisti,come veri americani, sono pronti a bere a morte per il loro paese.

Gli Abomunisti non sentono dolore, non importa quanto fa male.

Gli Abomunisti non usano la parola "piazza" se non quando parlano alle piazze.

Gli Abomunisti leggono i giornali solo per determinare la loro abomunibilità (?).

Gli Abomunisti non portano mai più di 50 dollari di debiti addosso.

Gli Abomunisti credono che la soluzione ai problemi di intolleranza religiosa sia avere un candidato presidente cattolico e un candidato papa protestante.

Gli Abomunisti non scrivono per denaro: scrivono loro stessi il denaro.

Gli Abomunisti credono solo in quello che sognano dopo che si è avverato.

I bambini abomunisti devono essere allevato abomunistamente (?).

I poeti abomunisti, convinti che la nuova corrente lettararia "scrivere con i piedi" abbia liberato l'artista da restrizioni fuori moda come, ad esempio, la capacità di leggere e scrivere o il desiderio di comunicare, devono essere pronti a leggere il loro lavoro nelle scuole per dentisti, nelle scuole per imbalsamatori, case per mamme non sposate, case per mamme sposate, manicomi, mense, asili e le prigioni della contea.
Gli Abomunisti non compromettono mai la loro filosofia di rifiuto.

Gli Abomunisti non credono in niente, tranne nei pupazzi di neve.

domenica 30 maggio 2010

Pipistrelli dei bar (...continua e segue...)



“Re”

Il reame del reale sembra 
Sempre stupido per gli occhi
Che sono sempre persi dietro l’ombra
Dei sogni che si fanno ormai vecchi.
La tentazione è l’urlo di membra
Impacciato in casi senza sbocchi
Esaltato nei prati resto imbra
nato. Alle rondini hanno bruciato i becchi.



“Ho cambiato casa”

Perché splendono le stelle?
E perché quando siamo malinconici
Lo sguardo si piega al cielo?
Perché accade che l’uomo abbia bisogno di un’altra persona?
E perché in questo desiderio
Si annida la stanchezza come la serpe
Che promette di portarci a casa?
E cosa si può insegnare, 
se non quello che uno impara da sé?
Si può essere un serbatoio a cui si attinge? 
L’odore di muffa sui limoni
In borgo chiuso, ma com’è possibile essere così
Infelici mi domando scrivendo all’infinito, ma ecco
Davanti all’infinità della vanità del tutto le parole
Piccole frane di ghiaia che inquinano
Le chiare fresche dolci acque
Spariranno
In un nuovo anno.



“Paesi in bianco”

Ma cosa sono queste stelle matte, non c'è allegria
ma con questi pochi pezzi devi inventare tutto
la gioia, la bara, il barbiturico servito 
al bar di Barbarano, barcolla l'amico servito
nei giochi di carte in questa notte che le 
stelle, nonostante non stia trascurando 
le mie voglie, nonostante spumi la birra 
a riempire le valli, nonostante dormendo
gli amici sognano questa piazza riempita
della voglia di non dormire più: l'immersione
è nella pigrizia del lavoro, il desiderio:
salgo sul palco stanco, mimo un re longobardo
quando l'ebbrezza finalmente mi trascina: e 
il lago d'un colpo tracima. L'acqua che sale
nei cervelli, pensiamo pure ai cervi,
agli istrici simpatici, alle scarpe da tennis,
ai giri in bici, al buio dipinto di blu
pensare a me ora che tu
hai questa voglia di dormire questa voglia
che nonostante tutto nella sera della festa
non è che tolga, mia amica, 
la voglia di meravigliare le stelle che da 
millenni brillano nonostante noi 
e le esplosioni di verde sono la ricompensa
di chi stanotte perde il sonno e il tempo
uccide i ragni, patisce le zanzare e amare 
sonnolenze: i bambini non dovrebbero
mai dormire: altrimenti che scampo trovare
nella dispensa
del mio vecchio corpo a vapore? 

sabato 22 maggio 2010

In morte di Edoardo Sanguineti

La morte di Sanguineti mi ha colto di sorpresa: alla sprovvista, direi. Come a volte fanno i nonni, che scompaiono senza avvertire. Una morte veloce, con un sospetto di malasanità: bene, mi dico, morendo si può ancora denunciare qualcosa. Perché cos'è stata la poesia di Sanguineti se non questo? 
Denuncia. Una denuncia che non conosce colpevoli, una denuncia che non minaccia di "fare i nomi" come le invettive pasoliniane, una denuncia che denuncia soprattutto se stessa, perché vuol essere soltanto il richiamo alla critica: alla critica della vita e ad una vita della critica. I colpevoli ci sono, basta volersi fare "aspiranti materialisti storici" - come amava definirsi, con affabile lucidità, Edoardo - per scoprirli in una borghesia italiana che "sogna ancora".
Ecco: sogno. Sogno e psicanalisi, invevitabilmente. Psicanalisi non come cura quanto come critica, come esercizio illuministico della ragione, tentativo di strappare un sentiero alle giungle che ci popolano. La denuncia dev'essere un risveglio: tornare sui propri sogni per criticarli, con l'amica dialettica.
Ma se c'è critica, allora, almeno da due secoli, per chi volesse fare poesia, questa critica dev'essere prima di tutto critica della propria poesia e della poesia in quanto tale. A meno di non volersi nascondere dietro un dito, bisogna ammettere che la poesia gode di un'inutilità malata, oggi come oggi, a meno di non trasformarsi direttamente in un prodotto culturale che gode il prestigio delle nicchie di mercato: costa tanto e vende poco.
Sto parlando proprio male, vediamo di ricominciare: per chi volesse, superati i diciottanni, scrivere poesie, è necessario pensare che cosa mai sia quella poesia. Personalmente ho scelto: una poesia quotidiana. E ho scelto proprio leggendo, in tempi di università, Sanguineti (e altri).
Incredibile quante cose si nascondano dietro questa definizione. In primo luogo significa criticare i propri giorni, giorno per giorno, o quasi: perché prendere "il piccolo fatto vero, possibilmente di giornata" significa strappare al continuum della vita un momento e straniarlo, straniarlo dal costruito disegno significante in cui e da cui siamo vissuti: perché davvero di una vita, restano in fondo pochi aneddoti, qualche battuta, alcuni momenti. La poesia allora diventa una specie di diario in pubblico, un gioco di autoanalisi, un contropelo esibito, in cui l'io deve avere il coraggio di presentarsi anche in modo spiacevole o banale. 
Fare questo significa anche che questa critica deve passare attraverso una critica del linguaggio, se è vero che nel linguaggio riposa la forza del pensiero dominante: pensiamo solo al valore che ha assunto la parola "rumeno" tra i nostri giovani, trasformandosi nell'odierno surrogato del "negro" simbolico del razzista medio; critica del linguaggio che deve prima di tutto colpire la poesia stessa, il "poetese" contro cui, per sessantanni Sanguineti si è scagliato: significa insomma spezzare il nodo magico a cui ancora siamo vincolati della spettacolarizzazione di una vita tesa all'arte (è il meccanismo base del sistema televisivo) perseguendo piuttosto un'arte vitalizzata all'interno della vita. Diventa allora centrale l'amore, amore fedele o infedele per la moglie, che attraversa l'intera opera di Edoardo: se da giovani si può scrivere che il matrimonio diventa una "cellula di resistenza", vivendo l'amore si declina in tutto un paradigma di situazioni, distanze, tradimenti, esplicitamente banali, quotidiani, matrimoniali. 
E' forse l'amore uno dei campi in cui più è necessario smontare le sovrastrutture imperanti: smontare il linguaggio riducendolo a parole d'amore che siano concrete, smontare l'amore nell'eros, nel corpo, nel piacere. Rimettere l'eros al centro dei nostri scambi simbolici, spezzando l'incanto dello spettacolo che con l'eros gioca perpetuamente, ma in modo mediato, bisbigliando all'inconscio il richiamo continuo di nuovi inesauribili (perché non soddisfabili) desideri. 
La sto facendo lunga: non è facile racchiudere tutto in poche righe.
Per tirare le somme, chiariamo una volta per tutte che l'operazione di Sanguineti è un'operazione d'avanguardia, intesa proprio nella sua posizione dialettica rispetto alla forma spettacolo: da una parte abbiamo il montaggio di frammenti alla ricerca (con la promessa) della costruzione di un senso unitario, totalitario: la mia vita è stata questa, ed eccone il riassunto con colonna sonora. Dall'altra abbiamo invece i frammenti, straniati e straniti, non brandelli di rivelazione ma piccoli strappi in una tela che si vuole perfetta ma che possiamo sentire, tutti, giorno dopo giorno, insoddisfacente.
E' poesia questa borghesemente limitata, ovvio: per questo serve l'avanguardia. L'estetica è politica, come del resto ogni altra manifestazione culturale: politica nel senso di storica, mutevole, e per questo determinata da continua dialettica. Politica nel senso che la critica deve rivolgersi all'addestramento culturale a cui siamo sottoposti, addestramento che passa per la nostra vita materialmente vissuta, ed ecco l'esigenza di farsi "aspiranti materialisti storici", e per il nostro linguaggio e immaginario, ed ecco la necessità di farsi poeti.
Un giorno la poesia sarà scritta da tutti: non era questo il sogno dell'avanguardia? 
Questo vuol dire che dovrà cambiare anche il nostro concetto di poesia. 
Internet ci sta aiutando molto, se riuscissimo a sottrarci alle esigenze pubblicitarie del fascino. 
Morire, chiudendo per sempre un discorso, sembra, ottocentescamente, porre il punto da cui costruire (paesaggisti e urbanisti servirebbero) l'autenticità di una vita vissuta: non è questo che vorrei. Morire non porta la conclusione tanto cercata, spiacente.
Se conclusione ci sarà, sarà gioia e rivoluzione.
Due cose appena: "non ho creduto in niente" e "me la sono goduta, io, la mia vita".

E ora, resta il lavoro da fare.

sabato 15 maggio 2010

Dieci anni fa, sulla tovaglia, ad un concerto...

L’UOMO DELLA BRUMA


In questa notte di mezza estate la luna muore
l’uomo che vive sulla bruma pigia l’interruttore
e si apre un precipizio di cielo fin sulla sabbia
e la notte degli amanti finisce con rabbia

e la carovana si attornia di carri ripieni
e certi eroi già sanguinano per frecce indiane
e a certe finestre giunge inatteso l’odore di fieni
e l’incenso evapora dai templi tibetani

è un rimescolarsi nell’aria di aromi e odori
è un suono nell’aria come un colore
come una sera blu appena dipinta
che ancora gronda gocce di notte

l’uomo che vive lassù porta un cappello
talvolta sporge la testa e si affaccia
stanotte improvviso gli vola un capello
e ondeggia nell’aria come un profilo, una faccia

e segue il precipizio della luna fin sulla rena
e vede una piccola perla apparire luminosa
è una donna che improvvisa balena
è una donna bella, nuda e silenziosa

il capello scivola lungo lo sguardo dell’uomo blu
la donna salta e vola e adesso nuota nel vetro
e lascia sbigottita la folla che resta laggiù
e in riflesso improvviso si volta all’indietro

lascia la folla farsi piccola sotto di lei
e nuota fino a sfiorare in questa notte che muore
l’uomo e il cappello di velluto trapuntato di stelle.
Io sogno e schiaccio l'interruttore

mentre il crepuscolo si riflette in un capello che vola.

In...

“In-battersi”

In una notte finché l’alba
In salute in gola
In malattia in un mazzo di chiavi
In un marzo in un bene che ami
In un fiore tetro in un vetro
Nero in povertà
In libertà in demenza
In una borsa piena di coriandoli
In una buca piena di semenza, in un’oscura
Tana in un ragno spiaccicato
In un’ombra inzaccherata
In un riflesso in un letto
In un fesso in un malore
Improvviso che quasi morivo
In un quasi che hai detto
In un cuore se ce l’hai dentro
In un corso in un piano
In un carso lontano
In un lontano saluto dal treno
In un bicchiere che bevo
In un dio che non credo
In un albero bruciato
In un’anima abbrustolita
In un armadio bucato in un sogno
Deluso in un bambino caduto
Che piange in lacrime morbide
In un dente fasullo in un fucile
In un bacile di sabbia e oro
In un amore in un perdono.

sabato 24 aprile 2010

Pipistrelli dei bar #1



“Violenza violata”

sparate ai cani
i gatti appesi graffiano ancora
riflessi di luna globalizzata
impressa stampata nei 
frantumi di specchio della propria riproducibilità.
Le teste spaccate le ossa rotte le percosse
imparano a parlare a testa alta, no?
Scoprire che siete vivi imparando dal giornale
che potreste morire anche se i binari si incrociano: 
le parallele sono sole fin’oltre l’infinito.
Si affollano sopra gli stormi,
gli storni ingoiati dai boeing.

"Dica dedica"

Dica dedica:

Hanno questi occhi i cerbiatti
Quando i cacciatori se ne vanno;
Questi vostri occhi e più in là, piatti
Volano piccoli uccelli: e si dice buon anno.
E una porta si chiude e si apre
Un arcobaleno e si resta
Con i piedi nel fango e si vuole
Che il mondo dopotutto si vesta a festa.

                     Hanno questi occhi i cerbiatti
                     Quando i cacciatori se ne vanno,
                     noi ci si dice buon anno
                     mentre i sassi rimbalzano piatti.
                     Non abbiamo mai sogni disfatti
                     In questo primo giorno dell’anno
                     Ma le nostre parole, che vanno
                     Dove i saggi vanno, o i matti.
                     Per questo poi a volte si resta
                     Per questo a volte si va
                     Si aspetta un passaggio o una festa
                     Si impara disciplina e libertà.

Per questo abbiamo spazio nella testa
Per riempirla della nostra felicità.

mercoledì 21 aprile 2010

Agosto in città (breve delirio del precario)


“Agosto in città: riconosco la libertà.”


Amami devo andare
Via, via, lontano: pesco da un mazzo di carte
Le avventure da inventare. Sparse carte colorate
I sassi saltano qui e là
Da un piatto all’altro della bilancia.
Amo 
gli amori
appesi alla cieca
lungo gli alberi
del paradiso
per tentare
dall’alto
di tirarmi giù
e farmi
blu.
Mai più.
Cos’è questa paura di morire
Sarai tu mio fresco
Non ascolto come mi sciolgo
Mi sto dileguando
Sublimandomi in vapore.
Scappo e fuggo e scappo
Più veloce della luce
Più rapido dei balzi 
Che la luce arancione fa nel folto della foresta
Da mostri e chimere
Per non sciogliermi ogni volta che
Tutti gli alieni qui hanno gli occhi
Dolci ma è la solitudine 
Semplicemente. Le persone 
Si confondono
Quando sono fuse
Come acciaio.
Mi ritrovo a pensare alle tue cosce
E al resto e a sospettare che
Se tu improvvisamente le usassi su di me
Potresti lasciarmi spiaccicato 
Come un moscerino sul parabrezza
Di una macchina che corre troppo veloce.
Tutto è come un ghiacciaio
Siamo reperti di tempi esauriti
Rifugi di pile esaurite
Le notti hanno barbe da campagna: inventiamo per favore
Nuovi metodi per farci del male.
Le notti hanno strade lunghe come fiumi:
tutto un guado da fare piano, insieme.
Per imparare a farlo senza ipocrisia:
Con tutta la cognizione del dolore
E le lacrime delle cose
Colate nel sangue
Da astronauti di asteroidi.
Aste le aste che aste da 
Da alzare tra i paletti
Le aste un passo dopo l’altro
Graduale
Disgregazione delle cose
Disintegrazione dell’esistenza
In atomi di colore.
Hai portato la corda?
Io ho il sapone, Godot le birre.
Rubinetti aperti come vene come
Le tue gambe che fanno la circonferenza
Del pianeta. Sperduto come bambini
Disorientato come ogni persona di buon senso
Fanculo il metro
E i centigradi.
Non bastano i denti
Bastarda mescolanza di
Ibridi dolori
Non le zanne che venga allora
È l’amore una madonna nera
Il fuoco per la mia per via delle mie vene
Anima di cartapesta come la carta in fiamme
Fuori dal mio pene
Da questa insistente 
Solitudine che bussa alle Tendine.
Assaggiami:
Come la prima eroina.
Come la prima rosa
La prima spina.
E in un dolore di roccia
Chiudi la mia anima
Scolpendo insegne
Per tutte quelle
Persone distratte 
Che appendono
All’occorrenza 
L’anima con la giacca.
Io sogno 
scimmie elettriche 
che si attaccano alle mie spine 
come insetti alle rose: mi riposo 
su un’ortensia qualunque 
quando e se 
capita.

E’ che tu non ci sei
Quando le mie lacrime 
Si fanno pesanti
E cadono così nello spinto vuoto
Del pavimento senza
Poterti irrigare.
Strappami scudo e corazza
Per arrivare a graffiarmi
Ma hai solo tagliato via un seno
Per arrivare un giorno
Ad uccidermi con una lunga freccia
Senza alcun ritorno.
Da quando sono chiuso qui
Con quest’odore di merendine?
Sei frutta troppo matura
Per questo ho fretta di sprofondare
Nelle tue fibre.
Non ho avuto, sia chiaro, 
le giuste cattive compagnie
per distruggermi amandoti.
Ma ho fatto quanto potevo per andarci vicino
E mi sono infine Acceso al fuoco limpido dei tuoi fulmini
Le tende gonfiate dal vento dei tuoi
Occhi e i tuoi passi calmo e lento D’amore maturo come le soste
Ai margini (e le note, di notte)
Di una strada per pisciare.
Appeso alle tue calze arreso
Che le mie parole luccichino 
Quindi come invano versato sangue che langue sulla pingue
Foca assassina prigioniera in cantina, carina, ma dove
Abbiamo perso il cartello con gli orari?

Un pezzo viene già giù.
Cade in uno strapiombo
Blu, legato a un filo
Segna la perpendicolare 
Sull’orizzonte, tutto il mio morale
È un problema di geometria
Ma quali: dimensioni
Perplessità.
Riflessioni e lacune.
Sono state intrecciate
Per questa perdita e l’incontro
Non c’è niente di peggio che essere stati
Felici
Una volta e poi non esserlo più
Per questo amo tutte le foglie
E le altrui voglie che mi sopravvivono.


Amo 
l’amore 
che amai
e amerò
l’amore che 
mai amai. Ma
amare l’amore
sul mare è amare
amare amare ore
lunghe come tutto 
l’inverno degli orsi: giù
dalle montagne: è mattino.
La freccia di fretta non indica nulla affatto
Beffato dai rivoli d’affetto aspetto
Che tu mi fiorisca addosso: possiamo
Ragionevolmente postulare che arrivi
Un giorno anche se forse sarà notte
Un omino magro e curvo a raddrizzare
Quel che non è andato ancora il grande 
Riparatore pagherà tutto quello che
Noi intanto abbiamo così desiderato con
Struggimento da scioglierci 
Nelle gocce di ghiaccio dei sonni
Senza sogni perché senza te
Mia vivida fontana: ma intanto Passi tardi
Com’è che si ammazza il tempo? E trovi chiuso il portone
Sono tappate le bottiglie.
Cosa importa essere stati felici?
La porta è cinica
E resta chiusa com’è giusto
Che sia.
E lo sai: non si rimedia mai
Davvero ad una buona azione.
Neppure con un diverso respiro.
Questo corpo è la cattedrale 
Di nuovi riti: vernice nuova
Sulle pulsanti polpe dei deliri
E frutta. Come aprire gli occhi
Quanto mi tocchi dopo una sbornia
Dopo il sesso e i guai
Il giorno dopo l’ultima 
Catastrofe.   I delitti
Per appuntare le mie
Appassite idee
Alla tua persona
Alla silouette della tua 
Scena
Sono ipotesi inconcluse
Tutte le volte che salta
Bionda come esplosioni
Nei campi di grano
La puntina
Per ferirmi e aprirti 
Minuscole
Finestre
Con tendine di debole sangue
Merlettato negli oggetti
Negli spasimi della tua vita
Tutte le volte che si cambia
Discorso come giocare con
Una candela un marinaio muore
Dimenticando la sua nave
Affogando in questa neve.