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lunedì 25 aprile 2011

Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano" "Marcia su Roma e dintorni"



Oggi, Emilio Lusso: scoperta buona per la terza media, in effetti, eppure autore temo trascurato.


Cosa mi colpisce: è stato scrittore avverso al fascismo – nel senso dell’estetizzazione della vita – almeno quanto uomo avverso al fascismo – uomo che reagisce con la politicizzazione dell’arte.
Lussu è un buon esempio di quel filone di memorialistica bellica che, stagliandosi per meriti letterari dalla massa della memorialistica buona come fonte storica, giunge fino a Rigoni Stern: persone che avendo vissuto un’esperienza storicamente ed umanamente decisiva, scampati, sentono il bisogno di narrarla.
Allargandoci un po’ potremmo far rientrare in quest’area memoriale molta – e forse la parte migliore – della narrativa italiana del XX secolo: Primo e Carlo Levi, il primo Calvino, Vittorini, Pavese, Fenoglio, per citare solo i primi nomi che mi vengono in mente in questo appisolato pomeriggio di prima primavera.
Ma non mi interessa tracciare genealogie; preferisco indicare, quale tratto decisivo di questo variegato insieme, l’elemento dell’antiretorica: la storia ha smarrito (finalmente) ogni plausibile disegno provvidenziale – per qualcuno, forse per molti, è restato in piedi il disegno della dialettica marxista, non so quanto ben digerita – ed allora perduto il disegno storico non resta che il memoriale (più o meno giocato sull’autobiografia o sulla narrazione eterodiegetica) che non potrà non essere in primo luogo memoria di una domanda, che la storia ha posto, e dell’umana risposta, in una gradazione che può andare dalla presa di posizione ideologica all’espressione della perplessità umana.
La memoria infatti arriva in seguito, è questa la prima avvertenza: il gesto di scrittura è differito, l’occasione non è il momento vissuto, e il gesto della memoria serve anche a rintracciare il senso dei comportamenti, le motivazioni delle scelte, le giustificazioni forse alla buona sorte che ha portato infine al momento della scrittura.
Tutto questo in Lussu accade incredibilmente due volte: vissuta al fronte la Grande Guerra, vivrà altrettanto al fronte, da deputato fino al confino, il sorgere del fascismo e il suo impossessarsi dello stato.
In entrambi i casi (“Un anno sull’Altopiano” e “Marcia su Roma e dintorni”) il romanzo (il romanzesco, ma anche l’unità dell’esperienza vissuta) muore, e ne esce una narrazione aneddotica, a malapena rappresa attorno alla tesi di fondo: l’inettitudine ufficiale dell’esercito patrio, in un caso, l’inettitudine istituzionale e del variegato antifascismo nel secondo.
Proprio questo tipo di narrazione mi interessa: l’aneddotica deve operare necessariamente in base a selezione e un montaggio: quel che leggiamo è il sunto di un’esperienza traumatica, montato poi sulla base di un’intenzione d’autore – questi testi sono gesti politici, in particolare il secondo, scritto proprio per la diffusione dell’antifascismo all’estero. I vari episodi esistenziali – ritagli di un testo il cui contesto rende valicate di fatto le frontiere tra pubblico e privato: mirabile esempio di come l'aver qualche cosa da dire renda superflui sia i giochini strutturalistici sia le speleologiche digressioni più o meno psicanalitiche – sono ritagliati e montati secondo una tesi di fondo da dimostrare; superfluo qui discutere tale tesi. Non ha molto senso ora stabilire ragioni e torti. Quel che più mi sembra interessante è la possibilità di gustare il dibattito di allora, con un effetto studiatissimo di “anti-fiction”: fosse questa la ricetta buona per dare una smossa ad una narrativa buona solo per gli inserti culturali, per gli impegnati da salotto.
Io mi rifiuto di continuare ad avere a che fare con persone che sono in grado di discutere di feriti in battaglia, torture, morti ammazzati, mentre degustano vermentini e paglia e fieno. Aprire gli occhi sui fatti rende ognuno colpevole: ogni guerra è una guerra civile, scrisse Pavese, prima che il suo suicidio venisse a chiudere l'ambiguità tra impegno ed estetismo classicheggiante.
E la guerra che prima o poi verrà sarà veramente di terra e sangue, polvere da sparo e tattiche, e tecniche, infine.
Non è un caso che il caso letterario degli ultimi anni sia stato “Gomorra”, che vale, nella mia ipotetica genealogia, come più recente caso: la parola è già un gesto di battaglia, se esiste una società che di quella parola sa fare realmente una questione. Se questa società non esiste più, restano soltanto i rumori delle ossa che si rompono tra i ragazzi di Seattle e Genova. Se questa società non esiste più, il parlamentarismo diventa vulnerabile, e vulnerato probabilmente in questi ultimi anni più volte, perché è svuotato ogni senso al luogo in cui si parla. Se questa società non esiste più non resterà che l'odore: odore dell'asfalto quando ci si china in terra per non vedere il prossimo omicidio.

venerdì 28 gennaio 2011

Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas

Per il riassunto e gli approfondimenti, rimando inevitabilmente qui





Il conte di Montecristo è romanzo ottocentesco: la mia sensazione è che fosse a questo tipo di romanzi a cui ci si riferiva quando, nel turbine dell’avanguardia, si diceva: non è possibile scrivere romanzi in cui si usino frasi come “la marchesa uscì alle cinque”. Romanzo d’avventura e d’intrattenimento ma prima di tutto romanzo commerciale, il Conte riassume in sé molte caratteristiche proprie di quel XIX secolo che è considerabile come momento di trionfo storico della borghesia.
In primo luogo il denaro: se la borghesia è – riprendiamo in mano Marx, ancora una volta, basterà il manifesto! – la classe sociale il cui successo passa per la dissoluzione dei legami personali, sacrali, medioevali, questo successo si misura in fondo sull’unico metro rimasto e possibile – proprio la borghesia ci lascia poi l’ossessione della misura: da un lato abbiamo il metodo scientifico basato sulla misurabilità dei fenomeni, dall’altra abbiamo quella stessa scienza che si rivolta contro l’uomo (e riprendiamo in mano molte cose di Brecht, ma soprattutto il suo Galileo!) fino a fondarne l’alienazione industriale – insomma, l’esistenza, lungi da fondarsi sopra coordinate mistico-religiose, si riconduce al sonante ticchettio del denaro.
E nel romanzone di Dumas il denaro assurge a ruolo di oggetto magico per eccellenza, nella forma del tesoro dell’abate Faria nascosto proprio sull’isola di Montecristo. L’accumulazione originaria viene mitizzata, nel romanzo, ma anche denunciata con fermezza: tutti gli arricchiti di cui sono piene le pagine che narrano la buona società parigina devono le loro fortune ad un’originaria colpa, un delitto, un tradimento: e allora il magico e favoloso tesoro di Edmond Dantes, ovvero del Conte di Montecristo, è precisamente un oggetto favoloso: egli è il buono, nel romanzo, l’eroe della fiaba a cui gli oggetti magici, magicamente appunto, occhieggiano. Ma egli nel romanzo è il buono, forse, precisamente nella misura in cui per questo eroe tenebroso e tormentato il denaro non è altro che un mezzo, pratico o magico indifferentemente, per ottenere la sola cosa a cui tenga veramente, che, è proprio questo che lo divide dal mondo borghese con cui si scontra, non è una cosa: la vendetta.
A questo punto voglio divagare, per non trasformare queste sensazioni di lettura in un saggio storico-sociologico-letterario-umoristico-fastidioso: procedo con assaggi progressivi, sull’onda della memoria. Queste prime righe bastino a suggerire a chi volesse che un’eventuale ricognizione della letteratura borghese e un’ulteriore (novissima?) riflessione sulla mercificazione dell’arte, sulla sua riproducibilità tecnica, sulle conseguenze che questa ha avuto per quella che ancora oggi consideriamo, forse mitologicamente, arte seria, se non può trascurare Baudelaire forse dovrebbe riconsiderarlo anche sullo sfondo di un sistema della produzione letteraria che ha partorito Dumas.
Onda della memoria dicevo: in effetti si sente il vuoto. Una volta chiuso il libro si sente il vuoto. Non è un libretto: nella mia edizione Rizzoli sono circa 950 pagine, conseguentemente il tempo di lettura è anche fisicamente condizionato in una postura necessaria: io ho scelto, sdraiato su un fianco, libro appoggiato al letto: fianco destro pagine pari, sinistro per le dispari. Almeno ho evitato le piaghe di decubito. Ma è la folla folle di personaggi che manca: perché nel Conte, che resta un romanzo al di qua del disincanto della modernità, incredibilmente le considerevoli distanze del Mediterraneo, Roma, Parigi, Marsiglia, vengono annullate nel sogno di una buona società che, crema del mondo, come tale si riconosce ovunque nel segno di una fratellanza del privilegio: non si spiega altrimenti l’intrigante ricerca del successo mondano del Conte, che altro non è poi – il lettore gode in questo romanzo nel saperne sempre di più dei suoi personaggi! – che il presupposto per la vendetta. E allora si resta storditi da questo continuo scomparire e ricomparire di personaggi, dallo scoprire collegamenti impossibili tra minuscoli fatti riferiti di passaggio e sconvolgenti rivelazioni, e infine, con gusto popolaresco, improbabili agnizioni (mai comiche, per altro), intrecci al di là di ogni logica, in fondo, ma a cui forse siamo sempre più abituati da quel gusto discutibile delle telenovele e fiction televisive.
Certo, i dialoghi sono la quintessenza del commerciale, qui: Dumas, come si sa, scriveva un tanto al rigo, quindi aveva ogni interesse ad allungare di riga in riga i dialoghi, borghesemente aumentando la rendita dei tempi di produzione. E ovviamente la psicologia, che peraltro non esisteva ancora, e lo studio del carattere – essenziale ad esempio nella Signora Bovary – sono schematici, talvolta grotteschi specie nei personaggi più umili, rozzi e fin’anche volgari. Ma proprio la Signora Bovary ci mostra che lo stile, raffinato quanto si vuole, ai limiti dell’ossessione per Flaubert, non può nascondere il fatto che il soggetto di un’arte borghese resta limitato inesorabilmente alla sfera del volgare: volgare esistenziale, direi, se non fosse che la parola volgare rammenta fin troppo l’umiltà popolaresca che ormai è perduta (pasolinianamente).
Eppure il romanzo piace: acchiappa, direi. Trascina, come un fiume in piena.
E mi piace pensare che questo senso di essere trascinati da un fiume inarrestabile mi restituisca almeno in parte la fiducia cieca di un’epoca che, allenandosi per l’epoca bella di inizio novecento, dovette poi svegliarsi nell’incubo tutto industriale – e spietatamente borghese – delle guerre mondiali e dei traumi del secolo breve: fiducia cieca in cui inspiegabilmente sembriamo tuttavia ancora dibatterci ogni volta che, ad esempio, ecologicamente cerchiamo scampo in future invenzioni e scoperte, in ascese marziane made in NASA, etc etc, chiudendo gli occhi di fronte al fatto che ogni possibile sopravvivenza ricade essenzialmente nella critica del nostro modo di vivere, cioè di condurre l’esistenza ma anche di sognarla, possibilmente da svegli.
E quindi, in questa delirante recensione, ritrovo un po’ del delirio di tematiche che si aggirano nel romanzo, dove c’è veramente di tutto: amori infelici, vendette lentamente elaborate e portate a compimento con gelida crudeltà, morti meschine, viaggi avventurosi, avventure di mare e di salotto.
Due ultime annotazioni mi salgono alle dita: romanzo borghese, ho detto: romanzo in cui assistiamo alla morte di Dio, se veramente poteva essere commerciale e popolare una storia in cui il protagonista, al di là di qualche battuta consolatoria, si sostituisce lucidamente a Dio: non consoli il finale del romanzo, nel quale la disperata vendetta del Conte ammette un lieto fine sotto forma di migrazione con la bella principessa turca: quel che il romanzo dice, in fondo, è semplicemente: se hai un capitale sufficiente, anche i beni immateriali saranno in tuo possesso.
Ovvero: i soldi non fanno la vendetta/felicità, ma di certo aiutano.
E, ultima postilla, mi piace ripensare al giorno dell’arresto di Dantes: il giorno del suo fidanzamento viene precipitato nelle segrete del castello di IF per aver preso parte ad un intrigo napoleonico di cui egli, da povero marinaio qual era, nulla poteva sapere né capire.
Vorrei poter parlare della fragilità di ogni felicità umana, ma oggi mi viene solo da pensare che soltanto i poveri debbono temere la giustizia, non solo divina, ma anche quella umana officiata nei limiti dello stato borghese quale lo conosciamo. Gli altri, se hanno capitali sufficienti, possono tranquillamente sollevare obiezioni costituzionali, procurarsi leggi personalizzate, rifiutarsi semplicemente di comparire davanti ai giudici, che ritornano ad essere con capriola mistica, esseri umani capaci di errare per volgari passioni politiche (sbagliate).
Ancora una volta quindi il Conte ci dice: badate, chi ha denaro in questo mondo è già al di là del bene e del male. E per quanto si circondi di ogni lusso, e di una bella principessa, ha perduto forse il senso di una felicità umanamente possibile.
E adesso: cena e grappa.

mercoledì 11 agosto 2010

Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto



Ryszard Kapuscinski, "In viaggio con Erodoto"

Ho appena terminato la lettura di questo libro: lo consiglio immediatamente.
E' scritto male, questo è il punto. E' un libro squilibrato e scentrato, sembra una bicicletta a cui andrebbero tirati i raggi, ma per fortuna è questo il bello.
Sembra quasi di leggere veramente una specie di diario: la biografia, l'appunto personale, si intreccia al rapporto con le "Storie" di Erodoto. 
Ultimamente mi sento sempre più attratto verso questo genere di libri in cui manca l'ossessione per il bilanciamento formale e si lascia spazio per l'appunto, l'annotazione, l'intuizione e lo schizzo.
Il punto che tiene in piedi il libro è la figura del reporter: come Kapuscinski apprende ad essere reporter - e verso la fine del libro lo seguiremo addirittura dietro ad uno scoop grazie alla soffiata di un ambasciatore ribelle - così Erodoto è riletto, a mio parere in modo convincente, come reporter dell'antichità.
Siccome mi sembra quel genere di libro che non entra mai nelle scuole, ove si costudisce la lanterna spenta del formalismo classicheggiante, mi piacerebbe leggerne stralci in classe, e così li riporto qui, a mo' di antipasto.

Uno dei problemi fondamentali per un reporter è la differenza culturale: nell'autore questo significa fare i conti con il marchio di essere reporter "comunista" in quanto polacco: ecco come se ne rende conto durante il suo scalo a Roma, durante il primo viaggio fuori dalla Polonia della sua vita: 

"Cominciai a girare per i negozi scortato dalla moglie di Mario. Per me quelle spedizioni erano vere e proprie scoperte. Tre cose, soprattutto, mi lasciavano di stucco. La prima, che i negozi fossero pieni, anzi rigurgitassero di merci ammassate su ripiani e banconi straripanti in torrenti colorati sui marciapiedi, le strade e le piazze. La seconda, che le commesse non stessero sedute ma in piedi, gli occhi fissi sulla porta d'ingresso. Era strano che restassero in piedi in silenzio invece di sedersi a chiacchierare tra loro. Le donne hanno sempre tante cose da dirsi: litigi con il marito, problemi con i bambini, i vestiti da mettersi, la salute, l'arrosto bruciato. Quelle là, invece, davano l'impressione di non conoscersi e comunque di non avere nessuna voglia di chiacchierare. La terza sorpresa stava nel fatto che i commessi rispondessero alle domande che ricevevano. Rispondevano con frasi complete e, alla fine, ti dicevano anche: grazie!
[...]
La sera mi azzardai a uscire da solo. Il mio albergo doveva trovarsi in una zona centrale, perché dalla vicina stazione Termini, lungo via Cavour, raggiunsi piazza Venezia per poi, attraverso vicoli e vicoletti, tornare nuovamente alla stazione. Non degnavo di un'occhiata le architetture, le statue e i monumenti: mi affascinavano soprattutto i bar e i caffé. I marciapiedi traboccavano di tavolini con gente seduta a bere e chiacchierare, o semplicemente a guardare i passanti. Dietro stretti e alti banconi i barman mescolavano bevande, preparavo cocktail, servivano caffè. Dappertutto si aggiravano camerieri, portando calici, tazze, bicchieri, con un abilità da giocolieri: l'unica volta che avevo visto qualcosa di simile era stato in un circo sovietico...
Adocchiato un tavolino libero in uno dei bar mi sedetti e ordinai un caffè. Dopo qualche tempo mi accorsi che la gente mi sbirciava di sottecchi: indossavo un abito nuovo, con una candida camicia italiana e una cravatta a pois, ma evidentemente il mio aspetto, i gesti, il modo di stare seduto e di muovermi bastavano da soli a tradire la mia provenienza da un altro mondo. [...] Il vestito nuovo non riusciva a nascondere la mia formazione e il mio marchio d'origine. Mi trovavo in un mondo stupendo ma, come mi faceva notare quella gente, lì dentro ero un elemento estraneo."

Viaggiare significa lasciare che le culture si incontrino: per questo serve un terreno comune, e lavoro e fatica. Serve, ci spiega K., soprattutto capire la lingua dei posti in cui ci si trova, ed è divertente pensare che questo giramondo abbia avuto tante difficoltà con l'inglese, come veniamo a sapere durante il suo viaggio in India: 

"Giravo per la città annotando le scritte sulle insegne, i nomi delle merci nei negozi, le parole colte al volo alle fermate dell'autobus. Nel buio dei cinema copiavo alla cieca i sottotitoli dello schermo, per strada mi segnavo gli slogan degli striscioni portati dai dimostranti. Arrivavo all'India non attraverso le immagini, i suoni, gli odori, ma attraverso la lingua. Una lingua per giunta non originaria del luogo, una lingua estranea ed imposta dall'esterno, ma talmente radicata da diventare una chiave indispensabile, anzi da identificarsi addirittura con il paese stesso. Il primo round della mia lotta con l'India si svolse sul terreno linguistico. Capivo che ogni mondo aveva il proprio segreto e che la sola chiave per accedervi era la lingua. [...] Inoltre mi ero reso conto di un nesso tra i nomi e le cose: una volta rientrato in albergo, mi accorgevo che in città avevo notato solo ciò di cui conoscevo già il nome. [...] Avevo capito, insomma, che quante più parole avessi conosciuto, tanto più ricco, pieno e variegato mi sarebbe apparso il mondo in cui mi trovavo."

Ecco: conoscere la lingua per conoscere le cose. Qui si apre tutto un possibile discorso sulla traducibilità e sul rapporto tra le parole e le cose, ma vi rimando a semiologi più ferrati di me, che diamine, è agosto e ho voglia di leggerezza!
Ma è ora che appaia in scena Erodoto:

"Erodoto inizia una sua narrazione con una frase di spiegazione sui motivi che l'hanno indotto a scriverla: -Questa è l'esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e, inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro.-
In questa frase sta la chiave del libro.
Innanzitutto Erodoto ci informa di aver condotto delle ricerche. Oggi sappiamo che vi dedicò l'intera vita. Per quale ragione? Come mai, da giovane, prese una decisione del genere? Erano indagini compiute su suggerimento o per conto di qualcuno? [...] O forse faceva tutto da solo, divorato dalla febbre del conoscere, incalzato da un'ansia inesplicabile e oscura? [...]
Erodoto ammette di essere ossessionato dalla memoria. Sa che la memoria è qualcosa di fragile, instabile, addirittura illusorio. [...] Senza memoria non si vive: ma la memoria, pur innalzando l'uomo al di sopra dell'animale e determinando la conformazione della sua anima, è inafferrabile e traditrice. E' questo a rendere l'uomo così insicuro di sé. -Aspetta un momento, era il...- -Ma si! E' stato nel... Aspetta, quando è stato?- Non ricordiamo più e dietro a questo non ricorda si spalanca la zona dell'ignoranza, ossia della non esistenza.
L'uomo moderno non si preoccupa della sua memoria, attorniato com'è dalla memoria immagazzinata. Ha tutto a portata di mano: enciclopedie, manuali, dizionari, compendi. Biblioteche, musei, librerie ed archivi. Cassetta audio e cassette video. Internet. Riserve inesauribili di parole, di suoni e immagini conservate in case, magazzini, cantine e soffitte. Se è un bambino gli insegna tutto la sua maestra, se è uno studente, ricorre al professore.
Nessuna, o quasi nessuna di queste istutuzioni esisteva al tempo di Erodoto. L'uomo sapeva soltanto ciò che la sua memoria riusciva a trattenere. Se si vuole conoscere ciò che è stato memorizzato, bisogna consultare l'uomo. Se quest'uomo vive lontano, dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ad ascoltare ciò che ha da dire. E' così che nasce un reportage."

Ecco quindi: memoria, e incontro tra uomini. Sentiamo come va avanti questa descrizione di Erodoto:

"Erodoto quindi viaggia per il mondo, incontra altri uomini e ascolta quello che hanno da dirgli. Raccontano chi sono, narrano la propria storia. Ma come fanno a sapere chi sono? Per averlo sentito dire da altri, in primo luogo dai loro antenati. Allo stesso modo che quelli hanno trasmetto loro la propria conoscenza, loro la trasmettono ad altri. La conoscenza assume la forma dei racconti. Ci si siede attorno a un fuoco e si racconta."

Ed ecco che la memoria si appaia al fuoco, col suo eterno divenire e consumare: la narrazione è come una fenice che si consuma per poter poi rinascere.
Ma in Erodoto troviamo qualcosa in più, qualcosa che appare per la prima volta e che ce lo fa studiare ancora oggi come il padre della "Storia":

"Ci vuole un bel coraggio, una bella consapevolezza della propria importanza e della propria missione per dichiare di stare facendo qualcosa da cui dipende che "le imprese degli uomini non siano dimenticare." 
Le imprese degli uomini! 
Come faceva a conoscere l'esistenza di una cosa del genere? Il suo predecessore, Omero, aveva descritto la storia di una sola guerra, quella di Troia, seguida dalle avventure di un viaggiatore solitario, Ulisse. Ma "le imprese degli uomini"? Siamo di fronte ad un modo di pensare nuovo, a un nuovo conceto, a nuovi orizzonti. [...] L'autore delle "Storie" esordisce subito come un visionario del mondo, un creatore capace di pensare su scala planetaria: in una parola, come il primo globalista della storia."

La storia è un prodotto della fantasia: esattamente come la fisica del XX secolo, nella quale prima si immaginano le cose come stanno, poi si cerca di trovare un modo per verificare se quella fantasia trovi dei riscontri. Si tratta di spostarsi ad un livello più alto, per abbracciare meglio l'insieme delle cose: e non pensiamo che per farlo basti avere l'accesso ad una quantità enorme di notizie: internet è uno strumento, ma bisogna sviluppare la capacità di utilizzare quello strumento, costruendoci sopra una cultura adatta che sia in grado di decodificare e gestire la mole di informazioni che ci arrivano dal mondo. La globalizzazione non ha ancora strutture mentali adeguate, specie per noi del mondo ricco, incapaci di accogliere e comprendere le schegge delle culture altre che entrano e reagiscono, in senso quasi chimico, con noi. Erodoto per la prima volta vede la storia come un prodotto del mondo: non più eroi, in scena, perché non è più una narrazione di persone: le persone, i personaggi, sono crtamente centrali, ma ciò che mette in moto gli eventi dev'essere da qualche altra parte. Per arrivare a spiegare che risiede nell'economia servianno un paio di migliaia di anni ancora. E non è un caso, penso, che tale allargamento di prospettiva sia avvenuto in Grecia:

"Erodoto era figlio della sua cultura e del clima propizio all'uomo che le aveva fatto da culla. Era la cultura delle grandi tavole imbandite, dove ci si siede in gruppo nelle calde sere estive a mangiare olive e formaggio, bere vino fresco e chiacchierare. Uno spazio non racchiuso da mura ma aperto sul mare o su un pendio montano, atto a sviluppare l'immaginazione. [...] Per esistere l'uomo aveva bisogno della presenza di un altro uomo, di vederlo e sentirlo: non si davano altre possibilità di comunicazione e quindi altre possibilità di vita. [...] Sapevano che l'Altro non era solo colui che li aiutava a procacciarsi il cibo e a difendersi dai nemici, ma anche l'essere unico e insostituibile capace di spiegare il mondo e di fare loro da guida."

Non aggiungo parole, mi limito a saltare un po' di pagine:

"Erodoto è il primo a rendersi conto che la caratteristica fondamentale del mondo sta nella sua molteplicità. Tutta la sua opera sembra dire ai greci: non siamo soli, abbiamo dei vicini e questi a loro volta hanno i loro e tutti insieme popoliamo il pianeta. Per un uomo vissuto fino ad allora all'interno della sua piccola patria di cui, volendo, poteva misurare il perimetro a piedi, questa nuova dimensione planetaria della realtà era una scoperta: cambiava l'idea del mondo, conferendole nuove proporzioni e stabilendo una scala di valori fino ad allora sconosciuta. Inotre Erodoto, viaggiando e raggiungendo popoli d'ogni genere, vede e annota che ognuno di essi ha una sua sotria indipendente ma, nello stesso tempo, parallela alle altre: vede cioè che la storia dell'uomo somiglia a un calderone in continua ebollizione, dove innumerevoli particelle, rotanti ognuna nella propria orbita, si incontrano e si incrociano in una serie infinita di punti."

Peccato che questo modo di vedere le cose sia stato spazzato via dalla storia, proprio perché la storia non si fa con i libri di storia ma con l'economia: l'imperialismo romano e il centralismo cattolico sono la sorpresa imprevedibile per Erodoto: imperialismo ben diverso da quello persiano, e da cui, secondo me, abbiamo ereditato i due millenni di storia che studiamo nelle scuole, in cui ogni anche minimo incontro con l'altro ha prodotto soltanto spargimenti di sangue.
Come concludere allora? Dov'è finito quell'atteggiamento? Bene, sembra rispondere K.: nei repoter. E in effetti a me convince: ecco cosa ricerchiamo nei suoi libri o in quelli di Terzani, tanto per fare qualche nome. Pazzi viaggiatori che fanno il surf sulle onde della maretta della storia, quella a breve termine, quella dei quotidiani e delle preoccupazioni. Eppure, dietro a tutto questo c'è la lezione storica di Erodoto: osservare, chiacchiare, ricordare. Cercare di capire, ma non cadere mai nel tranello del cowboy texano che prima spara sul muro e dopo disegna il bersaglio. 
Ecco, per concludere, un esempio di K. sul valore di questa lezione, racchiusa in poche righe che obbligherei a leggere chiunque si metta in testa di voler fare il giornalista:

"Camminavo per la città, depresso e furioso contro Judi. Perché mi aveva indotto a partire? Che cosa ero venuto a fare ad Algeri? Che cosa avrei scritto, come avrei giustificato il mio arrivo? [...] Il mio taccuino era intonso: niente da registrare.
E invece proprio da quel soggiorno ad Algeri avrei imparato che, malgrado gli anni di esperienza giornalistica, stavo sbagliando tutto. Cercavo le immagini spettacolari, convinto che l'immagine potesse sostituire una comprensione più approfondita della realtà, che il mondo si potesse interpretare solo attraverso ciò che ci mostrava nell'ora della convulsione spasmodica, quando era scosso da spari ed esplosioni, avvolto dal fumo, dalle fiamme, dalla polvere e dal puzzo di bruciato; quando crollava in rovina e la gente disperata piangeva sulle spoglie dei propri cari.
Ma come si arrivava a drammi del genere? Che cosa ci dicevano quelle scene di distruzione piene di grida e di sangue? Quali forze, sotterranee ed invisibili ma nello stesso tempo possenti ed irrefrenabili, le avevano causate? Rappresentavano la fine del processo, o non ne erano che l'inizio, il preannuncio di ulteriori sviluppi, generatori di conflitti e tensioni? E chi li avrebbe seguiti, questi ulteriori sviluppi? Non certo noi, corrispondenti e reporter: appena sulla scena degli eventi si seppellivano i morti, si sgombravano le strade dalle carcasse delle macchine incendiate e dalla vetrine rotte, noi giornalisti facevamo fagotto e proseguivamo verso luoghi dove si incendiavano macchine, si spaccavano vetrine e si scavavano fosse per i caduti. [...]
Non potendo descrivere i carri armati, le auto incendiate e le vetrine infrante che non avevo visto, e volendo tuttavia giustificare il fatto di essere venuto ad Algeri, decisi di ricercare i retroscena e le molle segrete del colpo di stato per scoprire che cosa vi si nascondesse dietro e che cosa volesse dire. Il che significava parlare, osservare le gente e il luogo, leggere. In poche parole, cercare di capirci qualcosa."

Cercare di capirci qualcosa: Erodoto ancora oggi ci dimostra che spenderci anche una vita intera può sempre valerne la pena. 

lunedì 9 agosto 2010

Hans Christian Andersen, Lo specchio fantastico


Di ritorno dalle esigue ferie segnalo questo libro: devo però immediatamente avvertire che è un fuoricatalogo, pur essendo edito nel 2003. 
La cosa che più mi ha colpito sono gli acquarelli della Archipova, che colgono ed esaltano le fiabe di Andersen qui raccolte.
Cosa c'è da dire su questo libro?
A me sembra che sia sempre doveroso consigliare la lettura delle fiabe di Andersen, ma meglio anche di qualunque fiaba, a chiunque ci capiti a tiro. Questo per una serie di ragioni.
Comincio accampando una frettolosa diagnosi storica: lo smarrimento dalla capacità di narrare fiabe mi sembra essere l'allegoria perfetta di una crisi storica patita tra XVIII e XIX secolo, momento storico in cui, al di là delle vicende storiche, per la prima volta l'uomo perde il contatto con gli elementi più "naturali" del suo essere, bollati una volta per tutte come superstizioni. Penso setmpre più spesso che gli illuministi abbiano buttato il bambino con l'acqua sporca, anche se non bisogna dimenticare tutte le attenuanti storiche del caso. Comunque rimando rapidamente al saggio di Benjamin su Leskov per chiarire l'opposizione tra "racconto" come si è venuto a definire nell'800 e "narrazione".
E proseguo godendomi il rosso tramonto di Roma.
Leggere le fiabe rappacifica con le strutture elementari della narrazione: questo è sempre più utile visto che viviamo un'epoca in cui la sobrietà "classica" ed una spontanea semplicità sono spesso scalzate via dalla ricerca di strutture elaborate e colpi ad effetto. Con buona pace di formalisti russi e strutturalisti francesi, le fiabe ci ricordano che non serve strafare per dire qualcosa, a patto di avere qualcosa da dire, e questo qualcosa da dire non appartiene affatto all'autore ma al "naturale" decorso della fiaba stessa: decorso che è soprattutto implicitamente psicologico. In questo senso la fiaba ha ancora il potere di avvicinare ad una "religiosità" perduta, ad un folklore, ad un romantico spirito del popolo, ad una cultura non idealizzata né assolutizzata: parlo di religiosità in un senso che dovrebbe essere metto dialettica opposizione con l'affermarsi delle "religioni dello spettacolo" monoteiste.
Leggere una fiaba ci riconcilia dapprima con il gusto di leggere una storia, che è un gusto paragonabile a quello che si prova nel mangiare un frutto senza neppure lavarlo: ma poi una fiaba ci offre la possibilità di affrontare con simbolica delicatezza alcune questioni fondamentali ed eternamente operanti almeno quanto eternamente rimosse: egoismo vitale, bisogno d'amore, capricci di felicità.

Non volevo certo imbastire un trattato sul fiabesco: certo consiglio a chiunque si interessi di lettura o scrittura, per non parlare di insegnamento, di cercare qualcosa sul genere, visto che è stato già affrontato sotto molteplici aspetti, dallo psicanalitico al formalista.
Quello che in realtà mi ha spinto a recensire proprio questo libro è il fatto che ci siamo incontrati su una bancarella di un mercato ben poco libresco: ho così potuto comprare per 2 euro questo piccolo gioiellino, che se ne stava incastrato tra un infradito e le mozzarelle di bufala.

A volte l'occasione rende l'uomo ladro: altre volte l'occasione offre gustose ed economiche letture.

mercoledì 14 luglio 2010

Un indovino mi disse, Tiziano Terzani



Tiziano Terzani

"Un indovino mi disse"

Tutti conoscono Terzani, immagino.
E ognuno si sarà fatto la sua idea. 
Butto giù solo un paio di riflessioni, anche considerato il caldo che mi opprime; anzi, la prima riflessione è proprio sul caldo. Leggete come ne parla uno che in Asia ha speso la vita, del caldo pesante che costringe dentro stanze puzzolenti con le pale dei ventilatori che girano lente a rimestare quell'aria che è oleosa, per scoprire poi che anche quel caldo ha il suo fascino, la sua importanza, e che determina, forse, quel caldo, tutto un modo di vivere e di pensare: tutto da esplorare il rapporto tra fatti culturali e clima, almeno per quel che ne so.

Riflessioni dicevo: forse è bene spendere due parole sul libro. 
La storia è semplice: un indovino predice un disastro aereo all'autore, nel 1993: un po' per gioco, un po' per precauzione scaramantica, un po' per scommessa, incomincia un anno senza aerei, che per un giornalista dovrebbe essere una limitazione decisiva. E invece, e qui è il gioco e l'interesse del libro, anche per il suo autore, diventa un anno di giornalismo magnifico, riuscendo a combinare, nonostante le difficoltà degli spostamenti via terra e mare, la presenza nei luoghi giusti al momento giusto con un modo diverso di guardarsi attorno, immergendosi nella realtà dei luoghi.
Questo è quanto, direi.
Cosa colpisce, e piace?
In primo luogo proprio quest'immersione, sempre a metà tra l'inchiesta e il diario di viaggio: e qui la riflessione la suggerisce Terzani stesso, quando parla di un mondo globalizzato (siamo, bene ricordarlo, nel 1993) in cui è possibile essere ovunque senza mai abbandonare la stessa architettura da aeroporto, centro commerciale, grande hotel, dove non ci sono odori e dove la popolazione del mondo è selezionata all'origine: peccato, ecco cosa ci ricorda questo libro, che quella popolazione selezionata, gli uomini millemiglia, siano, per quanto padroni dei destini del mondo, una ristretta minoranza. Bene, leggere questo libro è utile soprattutto a chi non viaggerà mai, per una serie di motivi, e anche a chi viaggia di centro vacanze in centro vacanze, restando ovunque prigioniero come in una Sardegna da cartolina: ovunque sempre a casa. E' utile ricordarci che troppo spesso quel che la tv non inquadra (pensateci voi se decide o meno di non inquadrare) non esiste; e ricordarci che quello che non inquadra non è solo deprimente morte per fame: sono miliardi di persone che bene o male vivono la loro vita, nelle condizioni che gli sono concesse.
Non c'è pietismo: non serve infatti.
C'è il gusto di osservare. Il gusto anche in larga parte borghese di assaggiare la vita dell'altrove, rischiando di trovare in quell'altrove povero, dove l'intrallazzo è regola, dove il dollaro apre le porte, il senso di una casa che nelle nostre città troppo spesso manca. 
Viaggiare con lentezza significa poi scoprire l'esistenza del mondo: non quello inquadrato da googlemaps, non quello che si vede nel meteo, non quello che è appeso nelle aule scolastiche: il mondo con le sue distanze, con i suoi chilometri che, a piedi, diventano improvvisamente qualcosa di spesso, di vero, di autentico com'è autentica la fatica. E nelle distanze appaiono i confini: mi ha colpito molto che esistano enormi difficoltà, anche per un giornalista occidentale, ad avere il visto "via terra": confini che non esistono per gli uomini millemiglia - il loro mondo è una scacchiera priva di umanità, in fondo - diventano drammaticamente attuali per chi si sposta sulle sue gambe, su motorini sgangherati e macchine tenute insieme col fil di ferro. E quelle stesse fontiere diventano labili quando a spostarsi è la droga, faccia nascosta della medaglia dei profitti del nostro mondo, che semina dolore per riacquistarlo, raffinato dai papaveri d'oriente.

E infine, l'ultima riflessione: nelle pagine di Terzani compare un argomento in seguito divenuto drammaticamente attuale: dopo la caduta del comunismo (sempre che possano chiamarsi comunismo gli esperimenti di economia di stato del XX secolo), larga parte del mondo si è trovata senza un'ideologia capace di conferire un senso alla propria esistenza ed al proprio agire: si sono aperti spazi di anarchia dove dilaga la legge del più forte, dove tutto si trasforma in preda per le multinazionali che invadono mondi e spazzano via tradizioni e culture millennarie con le lampade al neon e le insegne lampeggianti del libero mercato: nell'anarchia del mercato globalizzato c'è spazio solo per i pescicani armati di dollari, che tutto possono perché tutto possono comprare (ricordo di passaggio l'eccidio di Bohpal [per info clicca qui o qui]).
Bene, vecchia storia: ormai l'abbiamo sentita mille volte. Certo, fa strano sentirla spiegata così chiaramente nel 1993. Ma non finisce qui: come reagiscono le popolazioni che si sentono sradicate e invase in questo modo? In molti casi, ne parla chiaramente Terzani, rifugiandosi nell'Islam. Mi ha stupito, anche qui, trovare spiegato così chiaramente quello che è successo negli ultimi vent'anni: da una parte un mondo senza criteri se non il denaro, dall'altra un mondo che, nella misura in cui è escluso dai possibili guadagni e a cui è precluso il meraviglioso mondo del consumo, si aggrappa alle regole di una religione, vissuta come alternativa al mondo dominante.
Religione come oppio per i poveri: ironicamente proprio nei maggiori produttori di oppio.
Forse davvero la globalizzazione genera, dialetticamente, medievalizzazione: si cerca un senso alla vita nella religione, davanti al dilagare isterico del mercato, ci si raccoglie attorno alle tradizioni e infine all'irrazionale.
Irrazionale, appunto.
Non è un caso che il filo conduttore di questo libro sia poi l'investigazione del mondo degli indovini, astrologi, cartomanti, monaci e folli d'oriente.
Irrazionale, dicevo.
Ma resta sempre aperto il discorso su dove si trastulli la razionalità: in un mondo che in nome del mercato minaccia di distruggere il futuro dell'umanità o in quella parte dell'umanità che non ha smarrito i contatti con quella cultura tradizionale che conosce il ritmo della natura e, della natura, la basilare legge dell'equilibrio?

giovedì 8 luglio 2010

Ballando nudi nel campo della mente, Kary Mullis



Ballando nudi nel campo della mente, Kary Mullis



Ho ripreso sotto mano questo libro, ora che il caldo della città mi lascia respirare.
Lo sfoglio. Ricordo di averlo letto la scorsa estate. Il libro è del 1998. Devo averlo comprato - scandalo! - al supermercato: l'edizione economica combinata al sovraconto della grande distribuzione lo facevano costare poco più di un fumetto.
Fine del preambolo.

Domanda della sera: possibile che sia pubblicato un libro del genere e non succede nulla, ancora una volta?

Personalmente mi sono precipitato a leggerlo in classe.
Motivo numero uno: un premio nobel ha avuto quattro mogli e ha saputo sfruttare i ricavati della sua scoperta per dedicarsi al surf. Già questo rende il tutto sfizioso. Per di più scrive in modo sfacciato, da anglosassone pubbista, e uno dei capisaldi della mia estetica è proprio il gusto del bar, con quel tono - vogliamo parlare di oralità? Andate a riprendervi un manuale di retorica per scoprire che uno dei tropi meno definibili è proprio l'ironia - apparentemente superficiale. La superficialità appare quando scopriamo che una delle scoperte più rivoluzionare degli ultimi anni - una pratica che ha permesso lo sviluppo dell'ingegneria genetica, se volete saperne di più potete andare a vedere qui - è venuta in mente per caso, guidando l'auto, andandosene per un fine settimana di riposo e relax, con qualche bottiglia di vino. Superficialità è parlare delle proprie esperienze con le droghe, o l'uso dell'irriverenza come modo di vita, incontri con alieni, esperimenti bizzarri.
A prima vista sembra un'opera comica: per noi italiani, abituati a barbosi barbuti (ah, la barba lunga due spanne di cui parlava Leopardi è rimasta in circolazione!) una figura del genere sembra semplicemente una presa in giro di come uno scienziato dovrebbe essere. Noi siamo abituati - ci allevano così, purtroppo -  a persone che sono consumate da un sacro fuoco, persone che sperperano la loro vita dietro la scoperta, la ricerca: e oggi forse diventa sempre più vero, considerando il trattamento che la politica riserva all'università e all'istruzione in genere. Eppure, anche spulciando qui e là, mi sembra di capire che nel mondo anglosassone le cose sono diverse: viene da dire che c'è più libertà. E' la libertà del mercato, che nel paese della mafia continua a mancare. E il mercato considera uno scienziato come un qualsiasi creativo: la regola di un creativo è che se una sua idea può fruttare milioni, allora non è poi tanto necessario tenerlo al guinzaglio come un impiegatuccio qualsiasi. Con una sola idea si ripaga di tutto, e può godere di una sua libertà: niente ipocrisie. Se per essere un premio nobel della chimica bisogna essere fuori di testa, è inutile stare a fare tanto i moralisti: quel che conta è la scoperta (e il guadagno che dietro ci si può nascondere, come direbbe Nobel, per chi se lo fosse dimenticato inventore della dinamite).
Bene, potrei concludere qui. Il libro insomma è opera di una specie di pubblicitario che, casualmente, è anche uno scienziato: il tutto sarebbe l'apologo di come le persone eccentriche spesso riescono ad essere geniali proprio per la loro eccentricità.
Solo che se fosse tutto qui, questo libro sarebbe davvero poco più di un fumetto. 
E la mia domanda non avrebbe senso.
Quello che io ho letto in questo libro (si, anche nella droga, nel tentativo di accendere una lampadina con la sola forza del pensiero, nell'incontro con un procione alieno!) è cosa dovrebbe essere la scienza.
Libertà, prima di tutto. Libertà di guardare ovunque, scavare ovunque, fare qualsiasi cosa (di limiti etici parleremo un'altra volta...).
Voglio riportare qui una pagina che mi è capitato di leggere in classe: 

"Quand'ero piccolo ogni novembre mia madre consegnava a me e ai miei fratelli una pila di cataloghi, per scegliere i regali di Natale. E fu in una di queste occasioni che mi imbattei in un Piccolo Chimico. Quelle provette piene di cose con nomi strani mi incuriosivano. Ero intenzionato a capire quali sostanze avrei potuto mescolare per provocare un'esplosione: scoprii che avrei potuto facilmente procurarmi i prodotti mancanti al negozio sotto casa. A Columbia, negli anni Cinquanta, i ragazzini erano autorizzati a giocare con robe strane. Potevamo andare dal ferramenta a comprare trenta metri di micca per la dinamite, e il commesso si sarebbe limitato a sorridere e commentare:
La prima cosa di una qualche importanza che riuscii a fabbricare con il Piccolo Chimico fu una sostanza simile alla termite. Avevo messo insieme polvere di alluminio, nitrato di ammonio, un pizzico di qualcos'altro e lo scaldai su un fornello a spirito. Quando tolsi il contenitore dal fuoco, la reazione proseguì. La miscela diventò incandescente, spaccò la provetta e partì: psssssshtttt..... FORTE! pensai, avendo solo sette anni. Non sapevo cosa fosse successo, ma decisi che la scienza era divertente."

Vorrei chiarire che il punto non è incoraggiare tutti a far saltare in aria le cose: eppure crescere significa prima di tutto sperimentare. Fare esperimenti e costruirci sopra una teoria, che poi diventa, giorno dopo giorno, la nostra vita. Forse, sia detto tra parentesi, ce ne siamo un po' troppo dimenticati, e così oggi i nostri ragazzi, che per istinto biologico non possono rinunciare agli esperimenti, rinunciano alla teoria.
Perché curiosità, libertà, un pizzico di follia, coraggio e anticonformismo, non sono nulla da soli: posso fare un buon pubblicitario, non uno scienziato.
Cosa occorre? Occorre il rigore scientifico di mettere in discussione ogni punto fermo che via via si acquisisce. 
E ricorro ancora una volta a una citazione, per concludere: 

"Quando ci entri dentro, la scienza, come tutte le altre cose che la gente fa per vivere, non è molto complicata. QUello che devi fare è risolvere un enigma. E con gli enigmi, quello che devi fare è rifletterci un po' su, considerare tutti i fatti che puoi scoprire e poi formulare un'ipotesi. Proporre una soluzione. Il passo successivo è fare quanto possibile per confutarla. Mostrare che i pezzi non si incastrano nel modo in cui avevi proposto: se ci riesci, proponi un'altra soluzione. E poi riprovi. La realtà è un puzzle ingannevole. Capita che alcuni pezzi si incastrino tra loro, anche se quello non è davvero il loro posto. Alcune soluzioni sembrano giuste per un po' di tempo, poi fanno fiasco. La soluzione che tiene conto di tutti i fatti rilevanti e non può essere confutata - tutti i pezzi vanno al loro posto senza forzarli, e quelli nuovi si adattano a quelli che già abbiamo - probabilmente è quella che stavi cercando."

P.S. Nessuno penso sia così ingenuo da non capire che forzare i pezzi non rende buoni scienziati ma permette di guadagnarsi uno stipendio con maggiore facilità.

Ma non ci permetterà mai la leggerezza necessaria per fare surf! Per stare sopra un'onda, serve la felice leggerezza delle bolle di sapone.

venerdì 2 luglio 2010

La guerra di Giovanni, Edoardo Pittalis

Proprio in questi giorni mi è capitato di sentir parlare di "tre verità": quella giuridica, quella politica, quella storica.
Mi sembra una cosa illuminante: e quanto prima mi piacerebbe parlarne a scuola.
I giudici assolvono o condannano basandosi sulle prove, ovvero sulla possibilità che un fatto trovi o meno riscontri oggettivi: su questa verità pesa poi il fatto che si occupa esclusivamente di stabilire la verità riguardo eventi che si configurano come reati.
La verità politica, decisamente meno oggettiva, riguarda appunto l'interpretazione dei fatti in senso più ampio, comprendendo anche tutte le dinamiche che possono restare al margine di un reato.
Gli storici, infine, a partire da questi due ordini di documenti -possibilmente considerando proprio il fatto che questi ordini di documenti sono viziati e o condizionati dalla loro natura - dovrebbero restituire, da una prospettiva più pacata,un'immagine della verità di quel che è stato.
Ora non ho intenzione di perdermi nel discorso secondo il quale ogni verità storica è una narrazione, pertanto impalpabile. Per quanto mi riguarda risolvo, e ho sempre risolto, la questione pensando che la verità è un fatto su cui si discute.
Ma non è questo che mi interessa: mi interessa riflettere sul fatto che la verità diventa, può diventare e forse deve diventare una verità narrata.
E allora manca, nell'elenco da cui ho cominciato, una possibile verità (o menzogna): quella giornalistica. 
Cosa sarebbero infatti i giornali se non uno strumento per trasmettere la verità?
Anche qui, sarà il fresco della notte di quest'estate romana, verrebbe la tentazione di parlare della "legge bavaglio" e di cosa siano diventati i giornali, ma mi trattengo. Ognuno immagino si sarà già fatta la sua idea.
Voglio però segnalare un libro che probabilmente non avrà avuto un'enorme diffusione (e segnalandolo qui mi rivolgo al pubblico dei miei quattro lettori... a differenza di Manzoni, io sono serio): "La guerra di Giovanni: l'Italia al fronte: 1915-1918" edito da Biblioteca dell'Immagine nel 2006.
La splendida presentazione di ENzo Biagi ci spiega immediatamente che il Giovanni del titolo lo troveremo solo nel primo e nell'ultimo capitolo.
Perfetto: un libro dove il protagonista scompare dalla prima all'ultima pagina. In effetti non è un romanzo. Ma non è neppure un libro di storia.
Di che si tratta? 
Uno va a vedere la quarta di copertina e scopre che l'autore è un giornalista: poi, a scanso di equivoci, va pure a ritrovarselo su facebook.
Tutto chiaro allora: si tratta di un'opera giornalistica. Perfetto: c'è una difficoltà però. Il giornalismo, almeno quello serio, non dovrebbe basarsi sui fatti visti con i propri occhi? Non è su questo che si basa l'attendibilità di un giornalista? 
La difficoltà qui è di scrivere da giornalista su argomenti di cent'anni fa. 
E il merito del libro è quello di risolvere brillantemente la difficoltà: come?
Trasportandorci in guerra. 
Non tanto attraverso le parole dei soliti scrittori che quella guerra l'hanno fatta (usandoli come reportage), né appigliandosi ai documenti giuridici o politici dell'epoca, né immergendosi nella storiografia. L'impressione che mi ha fatto leggere questo libro è come quella di sfogliare vecchi giornali d'epoca. Verità giornalistiche, appunto, che comprendono, l'uno accanto all'altro, eventi storici e parole dell'ultimo fante, annunci matrimoniali e liste della spesa, rincari e ideologia, frasi storiche e botte di culo, canzoni e dialetti, bollettini dal fronte e Mata Hari, l'ultima canzone alla moda e partite di calcio.
Le cifre ci sono. I fatti ci sono. La storia, insomma, c'è. 
Ma non è questo il punto. Quel che rapisce in questo libro è il costume di una nazione che proprio durante la Grande Guerra bene o male comincia a fare i conti con sé stessa, con le sue mille lingue e mille usanze: e scopriamo allora che per i profughi veneti riparati in Calabria o in Puglia il problema primario era la mancanza di farina di granturco, da cui fare la polenta, tanto per dirne una.
E la guerra acquista un'aspetto nuovo.
C'è la crudeltà e la merda, l'inettitudine e lo sbigottimento, il desiderio di vita, lo slancio ideologico, l'eroismo, c'è tutto quello che bene o male c'è sempre quando un libro parla di guerra. Ma siamo lontani da tutto quello a cui ci hanno abituato i film e la retorica. Ne siamo lontani perché siamo lontani da fronte: ci siamo, ma esattemente come se stessimo leggendo un giornale in una cittadina di provincia lontana dal fronte, eppure immersi in quello storico momento.
Può sembrare quasi un delitto, allontanarsi così: ma è soltanto un modo per vedere meglio una verità che non è né quella politica (quale verità sarà possibile in Italia, con l'imminenza del regime fastista, lo possiamo immaginare) né quella esclusivamente storica.
Tutto è già nel titolo: al fronte c'è l'Italia. Qualunque cosa possa voler dire, scoprirlo è il senso del libro.
Eppure è storia: per esserne sicuri l'istinto del giornalista che ha scritto questo libro lo ha portato, nel 2006, da un Giovanni, in Sardegna, classe 1899, che appena diciottenne quella guerra l'ha fatta veramente e ne può raccontare.
Oggi che scrivo non credo ne esistano più superstiti: il tempo ha dalla sua la migliore artigliera, sempre. E la vita si avvia passo dopo passo a diventare storia.
E la storia, e le storie, aspettano di essere narrate, per essere lette nell'oggi delle nostre personali e politiche e ulteriormente storiche contese.

domenica 27 giugno 2010

Raymond Queneau, Pierrot amico mio

"Pierrot amico mio"

E' un giallo smontato, questo. Smontato com'è di moda smontare e ricostruire oggi, nell'epoca della ricerca della novità nel grembo fradicio dei generi commerciali. Mi fa venire in mente un altro giallo/noir nato per gioco, a dimostrazione di come si possa gettare in pasto alle regole previste anche la personale creatività d'autore: e penso, in effetti, a "Sputerò sulle vostre tombe" di Boris Vian. Qui c'è un incendio al lunapark, e il giallo di dipana a ricostruire eventi passati e lontani, indagandone le possibili implicazioni col presente. Ma il giallo è vuoto: è pieno di un vuoto filosofico contemplativo.
La cifra del libro, in modo di leggerlo, forse, è tutto racchiuso nei "filosofi" che popolano come comparse il lunapark: dediti a voyeurismo, si appagano (e pagano) dello scorcio delle coscie di qualche fanciulla. Spiare la realtà che provocata solleva la sottana: questo è un giallo. E viene in mente la scena del ritrovamento del cadavere della contessa in "Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana" di Gadda. Insomma, intorno alla metà del secolo trascorso il giallo inteso come indagine razionale ed operazione di disvelamento vanno in crisi. Gli eroi qui sono fannulloni, personaggi che vivono di espedienti, impiegati nelle giostre del lunapark: e la storia di dipana tra pigre passeggiate mattutine e sbronze serali, incontri e seduzioni. L'indagine è sostituita dal pettegolezzo. L'inchiesta dalla ciarla.
E l'evento a monte di tutta la vicenda, la morte di un fantomatico principe poldavo, appare inconsistente: eppure non è così che vanno le cose?
Non è molto più reale questa realtà di pettegolezzi, sbronze, fancazzismo, rancori covati negli anni, fallimenti esistenziali diffusi e distribuiti a manciate, come sale e pepe, quanto basta, rispetto al giallo classico in cui l'Holmes di turno fiutando l'aria rintraccia il grimaldello che permette di dipanare la storia? 
La crisi del giallo è la crisi della storia: crisi nucleare o ideologica, sarebbe lungo discuterne. Ma di certo, assumendo che il giallo è quel genere narrativo in cui la storia è già tutta accaduta nella prima pagina (il delitto è la conclusione ultima) e le pagine successive sono la ricostruzione di quella vicenza, possiamo dire che è la possibilità stessa di ricostruire e narrare il passato che si mostra in crisi. La verità è scomparsa: e l'eroe è una maschera triste, ma della cui tristezza persino bisogna dubitare. Scoprire cosa si nasconde dietro i disastri dell'oggi può essere semplicemente un'esperienza deludente. Quel che resta è il gioco: chi si diverte qui? Si divertono i filosofi, passivi osservatori e commentatori.
E nella seconda metà del secolo trascorso, non ci siamo trasformati tutti in questo genere di filosofi, ciarlieri e contemplativi più che mai?
E ogni nostra estetica non è diventata sempre più lo sguardo gettato di sbieco sotto le gonne delle signore?
Allora forse, per ripartire, serve il gioco. Chi indaga, qui, lo fa per soldi: si tratta solo dell'ennesimo espediente.
Soldi che servono per rimorchiare la figlia del padrone, per tenersi stretta, i capezzoli a sfiorarci la pelle, una fanciulla in fiore, per ubriacarci e dimenticare ogni virtù. 
Ai filosofi nauseati dell'esistenzialismo, ai filosofi contemplativi dell'edonismo, rinfacciamo l'edonismo della filosofia, per chiuderla in formula criptica.

venerdì 4 giugno 2010

"Piccola cosmogonia portatile", Raymond Queneau

Raymond Queneau, "Piccola cosmogonia portatile"

Sarò breve, infatti è il solito tramonto e al bar fa un po' fresco, ancora. E poi la brevità è la caratteristica di quest'opera: brevitas ben ambiziosa se davvero tenta di racchiudere in sei canti la storia del mondo. Badate: storia del mondo in senso scientifico, quindi ben poco c'è di antropocentrico. Dell'umanità qui si parla così: "La scimmia senza sforzo diventò / l'uomo, che un po' più tardi disgregò / l'atomo". E questo è quanto. 
Questa è proprio la prima qualità di quest'opera stuzzica il palato. Chimica e biologia incontrano la poesia, come forse solo in Queneau può accadere: per gioco, ma con massima serietà, se è vero che si è seri solo quando si gioca come i bambini. Questa recensione è imbarazzante: come sempre accade con la "Collezione di poesia" dell'Einaudi (catalogo splendido, ma gestione ultimamente da tenere d'occhio: qui si mangiano pure lo struzzo, temo. Per approfondire, ad esempio, potete vedere qualcosa QUI): infatti la traduzione di Solmi è seguita da una guida all'opera scritta nientepopodimento che da Calvino. E allora? Cosa posso aggiungere? 
Innanzitutto qualche riflessione. Quest'opera è del 1950: più di mezzo secolo fa. Cosa c'è da notare? L'esigenza di liberarsi dal "poetese", per riprendere una parola cara al recente scomparso Sanguineti. Esigenza avvertita ben poco in Italia, paese dove il letterato umanista ancora oggi snobba la cultura scientifica, dove le parole inseguono anime vagule blandule irraggiungibili, inesprimibili, inafferrabili. L'Italia è paese di cultura simbolica, da Petrarca in avanti: simbolica nel senso di fare un gran casino all'inseguimento di qualcosa che non si raggiunge, ma c'è un segreto di Pulcinella: quel che non si raggiunge semplicemente non c'è. Mi piace riassumere questo con la dedica che Leopardi appone alla sua poesia "Alla sua donna", ovvero: "a quella che non si trova". Ora possiamo pure sorridere di Leopardi, prototipo scolastico di sfigato, ma il punto è piuttosto che una donna come quella della poesia italiana semplicemente non esiste e non può esistere. E affrontare il poetese significa anche soprattutto fare il contropelo alle parole d'amore: in Italia salterebbero fuori pulci e pidocchi.
Discorso vecchio e scontato, certo: tanto vecchio e tanto scontato da sembrare dimenticato. 
Vorrei proporvi di sorseggiare insieme l'opera, senza pretese esegetiche: per la guida alla lettura c'è, come detto, Italo.
Sorseggiamo, quindi. Ecco come si parla della nascita della luna:

"Una gran pietra tenera sen va.
Oh Luna, gioventù! Svèlta dai lunedì
i campi del Pacifico ascoltavano
le tue maree. Salve, ancora salve, o Luna:
ed è lunare quest'abisso in terra
e le acque nere. E salve, salve, Luna,
comade delle storie!"

Poesia didascalica e misterica nello stesso tempo, non trovate? E ora sentite come viene spazzata via la retorica millennaria sulla luna: (l'aveva già fatto in parte Esenin...): 

"Grosso ciottolo
volavi da leggende straziato
con una faccia tale a un lampadario
ed un aspetto molto simile a
formaggio fermentato."

Viene da riflettere sull'ambizione di una poesia didascalica nel 1950: sembra preistorica, infatti, l'idea che per diffondere una cultura scientifica sia utile scriverne una poesia. Eppure è questo, questo poema: istruzioni per l'uso della storia del pianeta. E vedremo quanta ideologia si nasconda nell'operazione. E sembra incredibile ma anche nel 2010 è utile ricordare come il motore di quella che chiamiamo storia della terra, della vita sulla terra, sia l'evoluzione: approfondite qualcosa sul "Mostro di spaghetti volante" e convertitevi, ramen e via. Evoluzione che è detta, qui: ambizione.

"La terra scopa e scompiglia, tendendo
una trappola infetta quale è detta
dell'ambizione. [...]
L'animale gonfia al massimo
la propria specie, e l'individuo - questo
povero sciocco - muore doppiamente.
Tutti quanti la Terra seppellisce."

Non è proprio questo che è mancato alla cultura italiana? E che manca tutt'ora? Affrontare il nodo delicato della superfluità dell'individuo. L'uomo non è poi tanto importante: è possibile dirlo senza sentirsi accusare di nazismo? Eppure com'è possibile governare un sistema complesso mantenendo la pretesa dell'affermazione di ogni autonoma umanità personale, per di più all'interno di un sistema basato sulla compravendita di quella stessa umanità? La natura stessa non offre garanzie all'individuo, e la vita resta comunque un gioco pericoloso, tanto che nessuno ne esce vivo.
Eppure, in questa poesia scientifica (sembra scritta con un compendio di biologia, mineralogia, chimica, zoologia sotto mano, infatti) l'uomo, rimosso, è onnipresente: nelle metafore il campo semantico d'arrivo è quasi sempre umano. Umanoide.
E così la nascita dei metalli comporta che il mercurio porti dritto a Mercurio: dalla chimica alla mitologia (qualcosa del genere è tentato in Italia da Levi, col suo "Il sistema periodico": altri libro rimosso, schiacciato dalla gloria -che diventa troppo spesso un silenziatore - della sua narrativa concentrazionaria) dall'inorganico al culturale. Non ci fermiamo sull'invocazione a Mercurio: è il cuore dell'opera, certo, ma è un cuore fin troppo manifesto per essere segnalato: sulla polemica verso il poetese, per cui si sta sempre a "paragonar ragazze / a rose" e alla domanda "e allora perché non / d'elettromagnetismo?", abbiamo già detto. Il lettore attento ci arriva da solo: legge. 
Leggiamo invece la nascita della vita, l'origine della natura: 

"Invero abbisognava
molto coraggio a quella scema e pur
cosciente nuova cellula, e davvero
autoctona, allorché la propria vita
lanciò all'assalto della morte. E se 
lo fece è perché essa non sapeva 
ancora, al tempo nel quale intraprese
una fumosa costruzione d'esseri
tutti impregnati di sua moccolosa
gloria"

La vita lanciata all'assalto della morte, con stupenda incoscienza. Perché creazione e distruzione sono intrecciati:

"lo scortecciato bruco, e pur la rondine
di piccolissimi esseri volanti
distruggitrice, e perfino il leone
che rosicchia una tigre, come la 
giraffa un'erba, negare non possono
d'essere i discendenti della cellula
unica, priva di denti ed imberbe
che scoprì che c'è gusto a divorare un vivente."

Nutrirsi è cibarsi di altre vite. Sentenza crudele che marchia d'originario peccato ogni sviluppo naturale. Ma se la creazione prevede la distruzione, è dialetticamente vero anche il contrario: 

"ma come più geniale 
ingeniere  e superbo fu quel primo
sessuato che lo schiszzo proiettò
del proprio sperma sul suo doppio femmina.
Tu voluttà, amabil drizzatrice
degli umani, che dai un buco agli esseri
per ivi eiaculare, e alle montagne 
dai la valle, e dai pure il cilindro
ai pistoni, l'infanta agli elefanti,
alle tigri il Bengala, vacca ai tori,
ed ai cicali doni la cicala,
al sol la notte, ed all'uomo la donna,
gli animali che al lor debito tempo
e luogo per tuo merito assaporano
il pianeta nel qual procreanfottendo."

Secondo me l'intera cultura umana si riassume largamente in questi due estremi: l'umanità ha reso il nutrirsi una gastronomia e il riprodursi eros. Ancora una volta la natura è vista come in controluce, specchiata in faccia all'umana cultura. Ce lo dice lo stesso Queneau: "Tu [la voluttà, nota mia], che sei dei giochi madre / e delle arti e della tolleranza".

Andiamo verso la conclusione. Compare l'uomo: ovvero, appaiono le armi: "E l'orango che vuole / del proprio stronzo un proiettile fare / non lo sa che una palle avrà ragione / di lui". Ma qui la rimozione dell'umano ha il suo colpo di coda che riassume tutta la polemica col poetese: l'apparire dell'uomo conduce, in un tempo che scientificamente è trascurabile, un battito di ciglia, agli strumenti, alla tecnica, alle macchine. 

"[...]Non
si accorgono i Romani tenebrosi
né i tenebrosi Barbari che esiste
un mondo al quale la gloria aspira:
è fatto di bulloni, di carrucole,
pulegge, bielle, cilindri, ingranaggi
e di viti." 

Macchine infine: qui riprendo direttamente le parole di Calvino, mi piace lasciare questo come retrogusto.
"Come ombre di dinosauri s'affacciano all'orizzonte le macchine calcolatrici [...] che sanno fare tante operazioni che l'uomo non può fare ma che hanno bisogno dell'uomo. L'uomo ha cura di loro e loro hanno cura dell'uomo." 
Questo poema è del 1950. Sono passati sessant'anni. Le macchine le abbiamo viste nei nostri film, amiche o crudeli. In molti casi questa profezia evolutiva l'abbiamo vista confermata: l'uomo è la sua tecnica. La storia dell'uomo è la storia dei suoi strumenti. 
Ricordarlo significa snobbare una buona volta gli umanisti parolai.
Ricordarlo significa una buona volta rammentare che la tecnica chiede un'umanità adeguata. Richiede un adattamento evolutivo.
Chiudo con una domanda: l'infanzia è l'età umana in cui si compie quest'adattamento alla tecnica. Guardate i vostri figli. Guardate come si comporatano con il cellulare e il computer, e capite cosa voglio dire. La domanda è: la storia degli ultimi tre secoli non è forse la storia di un mancato adattamento dell'uomo alle sue tecniche? 
L'ideologia dell'umano non impedisce forse lo sviluppo di una civiltà della tecnica che sappia condurci fuori dal LABORintus?

P.S. Visto che quest'opera così indigesta ce la siamo bevuta, mi piace l'idea di augurare a chi legge: salute.

sabato 22 maggio 2010

In morte di Edoardo Sanguineti

La morte di Sanguineti mi ha colto di sorpresa: alla sprovvista, direi. Come a volte fanno i nonni, che scompaiono senza avvertire. Una morte veloce, con un sospetto di malasanità: bene, mi dico, morendo si può ancora denunciare qualcosa. Perché cos'è stata la poesia di Sanguineti se non questo? 
Denuncia. Una denuncia che non conosce colpevoli, una denuncia che non minaccia di "fare i nomi" come le invettive pasoliniane, una denuncia che denuncia soprattutto se stessa, perché vuol essere soltanto il richiamo alla critica: alla critica della vita e ad una vita della critica. I colpevoli ci sono, basta volersi fare "aspiranti materialisti storici" - come amava definirsi, con affabile lucidità, Edoardo - per scoprirli in una borghesia italiana che "sogna ancora".
Ecco: sogno. Sogno e psicanalisi, invevitabilmente. Psicanalisi non come cura quanto come critica, come esercizio illuministico della ragione, tentativo di strappare un sentiero alle giungle che ci popolano. La denuncia dev'essere un risveglio: tornare sui propri sogni per criticarli, con l'amica dialettica.
Ma se c'è critica, allora, almeno da due secoli, per chi volesse fare poesia, questa critica dev'essere prima di tutto critica della propria poesia e della poesia in quanto tale. A meno di non volersi nascondere dietro un dito, bisogna ammettere che la poesia gode di un'inutilità malata, oggi come oggi, a meno di non trasformarsi direttamente in un prodotto culturale che gode il prestigio delle nicchie di mercato: costa tanto e vende poco.
Sto parlando proprio male, vediamo di ricominciare: per chi volesse, superati i diciottanni, scrivere poesie, è necessario pensare che cosa mai sia quella poesia. Personalmente ho scelto: una poesia quotidiana. E ho scelto proprio leggendo, in tempi di università, Sanguineti (e altri).
Incredibile quante cose si nascondano dietro questa definizione. In primo luogo significa criticare i propri giorni, giorno per giorno, o quasi: perché prendere "il piccolo fatto vero, possibilmente di giornata" significa strappare al continuum della vita un momento e straniarlo, straniarlo dal costruito disegno significante in cui e da cui siamo vissuti: perché davvero di una vita, restano in fondo pochi aneddoti, qualche battuta, alcuni momenti. La poesia allora diventa una specie di diario in pubblico, un gioco di autoanalisi, un contropelo esibito, in cui l'io deve avere il coraggio di presentarsi anche in modo spiacevole o banale. 
Fare questo significa anche che questa critica deve passare attraverso una critica del linguaggio, se è vero che nel linguaggio riposa la forza del pensiero dominante: pensiamo solo al valore che ha assunto la parola "rumeno" tra i nostri giovani, trasformandosi nell'odierno surrogato del "negro" simbolico del razzista medio; critica del linguaggio che deve prima di tutto colpire la poesia stessa, il "poetese" contro cui, per sessantanni Sanguineti si è scagliato: significa insomma spezzare il nodo magico a cui ancora siamo vincolati della spettacolarizzazione di una vita tesa all'arte (è il meccanismo base del sistema televisivo) perseguendo piuttosto un'arte vitalizzata all'interno della vita. Diventa allora centrale l'amore, amore fedele o infedele per la moglie, che attraversa l'intera opera di Edoardo: se da giovani si può scrivere che il matrimonio diventa una "cellula di resistenza", vivendo l'amore si declina in tutto un paradigma di situazioni, distanze, tradimenti, esplicitamente banali, quotidiani, matrimoniali. 
E' forse l'amore uno dei campi in cui più è necessario smontare le sovrastrutture imperanti: smontare il linguaggio riducendolo a parole d'amore che siano concrete, smontare l'amore nell'eros, nel corpo, nel piacere. Rimettere l'eros al centro dei nostri scambi simbolici, spezzando l'incanto dello spettacolo che con l'eros gioca perpetuamente, ma in modo mediato, bisbigliando all'inconscio il richiamo continuo di nuovi inesauribili (perché non soddisfabili) desideri. 
La sto facendo lunga: non è facile racchiudere tutto in poche righe.
Per tirare le somme, chiariamo una volta per tutte che l'operazione di Sanguineti è un'operazione d'avanguardia, intesa proprio nella sua posizione dialettica rispetto alla forma spettacolo: da una parte abbiamo il montaggio di frammenti alla ricerca (con la promessa) della costruzione di un senso unitario, totalitario: la mia vita è stata questa, ed eccone il riassunto con colonna sonora. Dall'altra abbiamo invece i frammenti, straniati e straniti, non brandelli di rivelazione ma piccoli strappi in una tela che si vuole perfetta ma che possiamo sentire, tutti, giorno dopo giorno, insoddisfacente.
E' poesia questa borghesemente limitata, ovvio: per questo serve l'avanguardia. L'estetica è politica, come del resto ogni altra manifestazione culturale: politica nel senso di storica, mutevole, e per questo determinata da continua dialettica. Politica nel senso che la critica deve rivolgersi all'addestramento culturale a cui siamo sottoposti, addestramento che passa per la nostra vita materialmente vissuta, ed ecco l'esigenza di farsi "aspiranti materialisti storici", e per il nostro linguaggio e immaginario, ed ecco la necessità di farsi poeti.
Un giorno la poesia sarà scritta da tutti: non era questo il sogno dell'avanguardia? 
Questo vuol dire che dovrà cambiare anche il nostro concetto di poesia. 
Internet ci sta aiutando molto, se riuscissimo a sottrarci alle esigenze pubblicitarie del fascino. 
Morire, chiudendo per sempre un discorso, sembra, ottocentescamente, porre il punto da cui costruire (paesaggisti e urbanisti servirebbero) l'autenticità di una vita vissuta: non è questo che vorrei. Morire non porta la conclusione tanto cercata, spiacente.
Se conclusione ci sarà, sarà gioia e rivoluzione.
Due cose appena: "non ho creduto in niente" e "me la sono goduta, io, la mia vita".

E ora, resta il lavoro da fare.