Senso di colpa poetico? Questo libro può diventare allegoria del primo scacco matto patito dall’avanguardia; che poi ci sia voluto un ulteriore secolo, altro non sa a significare se non l’onta di questo mito di modernità che di sé conosce solo il sogno che ne fa, perché doveva essere chiaro – prometto per questo di leggermi “Esame di coscienza di un letterato” di Serra – che la modernità che il futurismo inaugurava se da un lato ci salvava dalla rottura di palle del fanciullino pascoliano dall’altro stava cominciando a cantare non soltanto la bellezza della morte (“una spacconata dannunziana!”) quanto direttamente ad attrezzarsi per cantare direttamente l’autoannientamento umano.
Palazzeschi scrive uno strano libro di guerra, in un momento in cui proliferavano gli scritti dei reduci (rimando, per questo, sul versante poetico a “Le notti chiare erano tutte un’alba” a cura di A.Cortellessa, Bruno Mondadori): nel suo libro infatti non compare mai, la guerra. Forse perché già avvertiva che l’esperienza iniziatica della guerra incubava il nascente fascismo? Non lo so, quel che mi importa, che mi piace di questo libro è che Palazzeschi, la cui lezione più valida resta senz’altro l’impegno del suo straniante disimpegno e il disimpegno del suo ludico impegno, giunge a porsi la domanda profetica che sarà poi di Brecht: “perché i vostri poeti hanno taciuto?” E nel momento in cui si pone questa domanda la vibrazione dadaista di Palazzeschi esce allo scoperto: qui non si tratta di baloccarsi con gusti letterari/estetici ma di posizioni, di scegliere dove sedersi, come avveniva nel senato romano, ossia di rendere manifesta una politica, un’intenzione, un’ideologia.
Mai tanto chiaro quanto nel XX secolo che scegliersi un linguaggio significa inevitabilmente acquistarsi un’ideologia; e che crearne, di linguaggio, significa – è questa l’aspirazione di tutta l’arte sperimentale – creare una nuova politica.
Cosa c’è di Dada in Palazzeschi? La pretesa di innocenza: d’innocenza la protesta.
Non serve qui elencare la mitologia di quest’innocenza marginale, spaesata, idiota persino, asociale spesso e incendiaria (pirotecnicamente parlando spesso). Quest’innocenza è cercata nei fonemi sgangherati, nell’alterità della massa (ma infine non viene ad esistere una fin troppo corposa massa di estranei alla massa, o forse la massa stessa ormai non è composta di queste estranee solitudini?), ma soprattutto, in breve, nell’emblema stesso di ogni avanguardia centrato in pieno da Marinetti quando scrive: bisogna avere il coraggio di fare il brutto in arte.
Pensiamoci un po’.
Penso di poter dire che fino alla modernità un’arte brutta semplicemente non era arte: c’erano criteri tecnici per giudicare sull’artisticità. E qui si apre semmai il problema dell’evoluzione delle forme/tecniche espressive, del progressi “esplosivi” di cui parla Lotman, dei rapporti tra questi e la storia(economia/società). Ma nella modernità, ovunque poi inizi, questo giudizio non è più così pacifico. Da un lato viene emergendo un’urgenza di realismo che, a mio parere, discende dalla prime scalfitture del ruolo dell’artista considerato come produttore, e questo realismo lentamente apre le porte (e le finestre) all’idea di una bella (tecnicamente) raffigurazione del brutto (la realtà comincia a diventare semplicemente brutta, nella modernità!). [Per ulteriori ricerche forse bisognerebbe orientarsi sul barocco.]
Il limite di questa linea resta la massima (ora non ricordo chi lo scrisse, forse Gadda o Benjamin?): la descrizione del disordine non può essere una descrizione disordinata. Ma al di qua di questo limite esistono molte trasgressioni possibili, e bene o male l’avanguardia storica le prova tutte.
Dapprima quel che è brutto è recuperabile come innovazione tecnica: dall’impressionismo al surrealismo, passando per il futurismo, questo sarà il limite invalicabile: qualsiasi sia l’esperimento, il presupposto dell’arte quale campo d’esperienza privilegiata e veicolo di comunicazione “iniziatica” non verrà mai scalfito. Lo sparo a caso sulla folla resta nel libroed è così che tra le forme dell’arte arriva ad essere incluso anche l’omicidio (ma letterario, appunto, che altrimenti resta ben limitato nel campo del codice penale). L’autonomia dell’estetico diventa una prigione di gomma o anzi, per sociologi in erba, un nuovo paradigma (ah, così Vendola è contento!) della sorveglianza degli equilibri sociali.
Bene, credo di aver esagerato, e chissà se mai riuscirò a chiudere queste considerazioni in un testo chiaro ed ordinato. Ma almeno credo di aver dato un’idea, così come una riga di polvere sulle mensole significa tanto quanto i titoli che lì sono deposti. Torniamo al nostro Palazzeschi: l’innocenza passa per il brutto. Questo fu l’equivoco. Perché di altro non si trattava che dell’ennesimo aggiornamento tecnico entri i limiti strutturali (nel senso che si agiva trasformando la combinatoria degli elementi, degli oggetti, dei repertori, dei registri) e sovrastrutturali (precisamente perché all’interno di quei limiti restò tutta la faccenda). Ma la necessità di questo aggiornamento era poi assai strutturalmente determinato dal pieno sviluppo di un determinato modo di produzione e dalla tecnica connessa e dai nuovi prodotti in egual misura tecnici e commerciali.
Il tentativo dell’avanguardia – e non solo dell’avanguardia – non sa risvegliare un mondo immerso, come una bella addormentata, in una intorpidita ebbrezza ipnotica ed estetica, perché il futuro dell’innovazione tecnica futurista è perfettamente omologo allo sviluppo tecnico industriale, e l’ironia, che resta pur sempre la carta migliore che fu possibile giocare, scontò, e proprio attorno a questo libro, il suo limite pratico.
L’ironia auspicava infatti un contagio del disincanto nelle nascenti masse etero dirette e probabilmente, invece, disincantò le masse solo per apprestare le nuove auree tecnologiche. La forma d’arte che verrà di lì a poco sarà definitivamente racchiusa nei circuiti commerciali trasformandosi in pubblicità.
E forse tutto questo è già chiaro in questo libro impubblicabile di Palazzeschi: la sua ironia diventa gridata, manifestando tutto il disagio di chi parla a chi non vuol capire; la tecnica su cui tante speranze e sogni si basavano si rivela infine nelle nuove tecniche di annientamento dell’umano sviluppate e collaudate durante il primo conflitto mondiale.
La carneficina della prima guerra mondiale rivela già lo scacco di tutta una cultura, un’ideologia, un mondo. E mentre quella guerra finisce, anticipando in questo la seconda metà del XX secolo, con l’ingresso degli USA nel grande affare bellico e con una rivoluzione di popolo in nome dell’unica ideologia che, per quanto impossibile, ha retto per almeno due secoli – sto parlando del comunismo -, un poeta, che cerca quasi ingenuamente di sfogare il proprio storico disincanto, si trova costretto ad armeggiare con faccende quali il concetto di nazione, di famiglia, di borghesia e di guadagno. E nello stesso tempo, dopo tanto disincanto, si trova costretto a postulare, in modo quanto mai scettico ma ugualmente praticamente urgente, un incanto legato alla specificità del linguaggio poetico. Ma una specificità tutta nuova, penso.
Perché i poeti hanno taciuto?
Rispondere perché non erano poeti lascia comunque irrisolta la domanda: chi sono io, saltimbanco dell’anima mia?
E quest’”anima” – teniamo la parola nonostante le sue molteplici compromissioni, grida precisamente come ciò che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, e del suo mondo conseguentemente borghese, ha cancellato.
Oggi sono stato confuso e prolisso: per sperare nel perdono vi chiedo di leggere questo libro tenedo in considerazione questa avvertenza: (trattasi di Marx)
«La lotta di classe [...] è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non si danno cose fini e spirituali. Queste ultime, però, sono presenti nella lotta di classe altrimenti dall'idea di una preda che tocca al vincitore. In questa lotta esse sono vive come fiducia, coraggio, gaiezza, astuzia, perseveranza [...]»
Vi ricompenso con qualche citazione altrettanto prolissa, ricordando che il critico è sempre uno che lavora prima di tutto di forbici.
“Ma io mi sento una molecola di questo globo e al tempo stesso imperatore di esso come Guglielmo II non ha potuto nemmeno mai sognare. Non c’è buco sopra la terra che non sia il mio paese, io posso se mai avere una speciale tenerezza per la poca terra che circondò la mia culla, ma che questo non diventi una mania, che non appanni per un istante solo la lucentezza della mia anima universale. […] Io sono di tutti i paesi e tutti i paesi sono miei, se vi ho detto che sono imperatore di tutto il mondo come mi posso sentire suddito di un pezzettino di esso? Io non sono nemmeno un uomo, non ci tengo ad esserlo, io sono una creatura sensuale, un palpito libero dell’aria.”
“C’era una persona dalla quale questa guerra doveva venire condannata e respinta: l’artista, e su tutti il poeta.
Una guerra senza idea, la cui anima folle e perversa serviva bestialmente il più laido e vile affarismo, l’interesse individuale più cinico, come poteva essere accettata da lui, anima errabonda, naufraga nelle sudice acque della società che di lui si disinteressa o falsamente se ne interessa, e alla quale solo pochi altri naufraghi si aggrappano ardentemente, ma che una fiamma interna illumina e nutrisce e rende più felice e orgoglioso di qualunque miliardario? Questa superba creatura che ha un cervello e un cuore ancora miracolosamente puri ed umani doveva ritirarsi livida, offesa, contrtta nel suo rifugio, e difendere strenuamente il proprio tesoro immortale e incorruttibile. […] No, amici, non si può essere così acrobati per fare senza pericoli certi salti mortali. Dalle cime del sentimento e dell’intelligenza non si va a sedere comodamente sulle morbide colline dell’imbecillità, o della malvagità incosciente e volgare, se si cade si rotola fino in fondo, nella fossa profonda del dolore. […] Questa guerra in quasi tutti i paesi fu patrocinata, appoggiata, sostenuta proprio da questa razza di gente.”
“Non appena arrivato fuori dalla stazione vidi sventolare bandiere di ogni colore e dimensione, era una bella giornata di metà Novembre, domanda e mi dissero di non so quale festa degli Stati Uniti d’America, un brivido freddo serpeggiava nelle mie ossa come avessi fatto l’ingresso in una festa macabra. Il giorno dopo doveva essere un’altra importante ricorrenza perché le solite bandiere sventolavano, domandai, e mi fu risposto che no, ma si attendeva non mi ricordo che Re. Eppoi ambasciate, messaggi, ministri in arrivo e in partenza. I giapponesi, gli inglesi, gli arabi, gli scozzesi, musiche di ogni razza e colore, balli e trattenimenti a beneficio e in onore dei ciechi, dei monchi e degli zoppi, ufficiali inglesi e francesi, gli ultimi avanzi dell’esercito serbo, i ristoranti, le osterie ne erano zeppi, si mangiava, si cantava e si beveva del buon Frascati. Vi erano ricoverate profughe le più scintillanti dame di Venezia, di Padova, di Verona e Vicenza, i veri profughi erano stati mandati nei castelli, niente ospedali, niente prigionieri, e niente disertori. Pareva che il dolore fosse stato vinto.
Domandai ancora, che seccante non è vero?, per potermi iniziare nel mistero e mi fu risposto che così e non altrimenti doveva essere, che quello era il centro della resistenza. Pure sembrandomi che a quel modo fosse assai facile resistere, non replicai.
Roma era la grande fucina della guerra, il cuore del mostro, e la si era presa dal suo lato buono, la ciclopica industria vi faceva correre rivi di denaro, e parevi leggere sulle facce di tutti: la guerra è bella. Basta non la fare. […] Avresti detto che si festeggiasse ogni giorno anticipatamente la vittoria, e si prendessero acconti su quella gioia che doveva venire. Che la vittoria non c’era stata te ne accorgevi solamente perché tutte quelle feste finivano con un unico grido: viva la guerra! Viva la guerra!”
“Avete saputo inventare tanti ordigni, e solidi e liquidi e gas, per distruggerla, questa umanità, nella maniera più assurda e infame, quando non ne avevate nessun diritto e nessuna giustificazione, trovatene per non farla nascere. Voi chiamate i vostri figlioli a venti anni, quando ogni giorno è stato una promessa, dopo avergli lasciato intravedere la bellezza del cielo e del sole, sentire l’ignota attrazione dell’infinito, e gliela soffocate in gola, a quei poveri bamboccioni, la vita che gli avete dato, con un fiotto di sangue, nella più terribile agonia.”
“Il capitalismo _ E’ lo scoglio sul quale tutte le vostre onde s’infrangono. […] E’ al cuore che dovete trafiggere il mostro. Finché i padri lavoreranno coi figli come vi disferete di questo frutto? E’ troppo giusto e troppo naturale. Ma quando io sarò principio e fine a me stesso, quando con me cadranno e casa e nome, che ragione avrò più di accumulare ricchezze? Non ragione, né dovere, né diritto. Io sono responsabile di me. Se lascerò un sacchetto d’oro che per il mio buon lavoro, o la mia saggia economia mi sia avanzato, nulla di male, esso apparterrà non ad un vivo, ma a tutti i vivi della terra, alla vita ch’io lascio.”
“Sarà dottore chi mostrerà di poterlo essere degnamente, non chi avrà denari da sciupare in una qualsiasi università, e insegneremo la bellezza di tutti i mestieri, di tutti i lavori, e specialmente di tutti quelli più vicini alla grande madre nostra terra.”
“Vi diranno con voce da angelo che fan la guerra per la pace e ognuna sarà l’ultima. E sarà guerra su guerra e sempre guerra, tutta la loro vita sarà una catena infinita di guerre. […] Si è travestito il mostro. Non più porpora, non corona sulla testa e scettro nella mano. Veste come tutti voi. Il nuovo trono è una cassaforte grigia, lì è tutto il suo cuore, e il suo Dio. Lo abbiamo riconosciuto e lo denunziamo, sappiate tenerlo d’occhio.”
“Tutto quello che c’è di deleterio in Italia è del D’Annunzio. Raccoglie egli la fiaccola lasciata a terra da quella vecchia chitarra del Carducci, che a sua volta la raccolse da quell’altro trombone sfiancato dell’Alfieri. E’ un posto che non può rimanere vacante, a costo di prostituire il meglio di sé e far galleggiare nel sudiciume, la tentazione è grande, uno ci andrà. […]
La guerra d’Italia come fu fatta altro non è che una spacconata d’Annunziana senza senso, senza abilità senza profitto. E ve l’ha guarnita per tutti i suoi giorni, infiorata, incoccar data, di inni, odi e canzoni, orazioni, invocazioni, imprecazioni, inaugurazioni, commemorazioni e avventure d’ogni specie: sulla terra e per l’aria sotto e sopra l’acqua, come si fosse trattato di una grande partita ginnica, un torneo nel quale tutta la gioia dei muscoli e dei polmoni dovessero avere a pieno il loro sfogo. […] Vedevano ancora, tali uomini, i popoli come le plebi di migliaia di anni fa, e vivono nell’ebbrezza di risuscitare Leonidi, e guerre puniche, centauri, aquile romane, ali di vittorie, rottami di grandezze estinte […].
Quelli di essi che si credono all’avanguardia si spingono a cantare la gigantesca bellezza del cannone o la genialità bizzarra della mitragliatrice, gonfi di ebbrezza per la strada compiuta dal vecchio randello di Caino.
Raspategli bene addosso, e sapete che ci troverete in fondo? Un ufficiale di cavalleria. Creature viventi fuori della realtà e della vita, creatori del vuoto. […] La realtà non esiste e non li tocca, sono fuori di essa. E cantano e cantano. […] Inconsciamente divengono pericolosi strumenti che abili mani calcolatrici sanno bene sfruttare e manovrare.
“I cattivi governanti alla fine del loro gioco si ritirano in nostalgiche ville piene di raccoglimento e poesia.
I popoli dovranno sciacquare nel sangue i cenci sporchi della loro insipienza e malvagità.
La guerra non si fa.
La guerra non si deve fare per nessuna ragione al mondo.”
Vediamo di organizzarci un po'...
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mercoledì 13 luglio 2011
sabato 22 maggio 2010
In morte di Edoardo Sanguineti
La morte di Sanguineti mi ha colto di sorpresa: alla sprovvista, direi. Come a volte fanno i nonni, che scompaiono senza avvertire. Una morte veloce, con un sospetto di malasanità: bene, mi dico, morendo si può ancora denunciare qualcosa. Perché cos'è stata la poesia di Sanguineti se non questo? Denuncia. Una denuncia che non conosce colpevoli, una denuncia che non minaccia di "fare i nomi" come le invettive pasoliniane, una denuncia che denuncia soprattutto se stessa, perché vuol essere soltanto il richiamo alla critica: alla critica della vita e ad una vita della critica. I colpevoli ci sono, basta volersi fare "aspiranti materialisti storici" - come amava definirsi, con affabile lucidità, Edoardo - per scoprirli in una borghesia italiana che "sogna ancora".
Ecco: sogno. Sogno e psicanalisi, invevitabilmente. Psicanalisi non come cura quanto come critica, come esercizio illuministico della ragione, tentativo di strappare un sentiero alle giungle che ci popolano. La denuncia dev'essere un risveglio: tornare sui propri sogni per criticarli, con l'amica dialettica.
Ma se c'è critica, allora, almeno da due secoli, per chi volesse fare poesia, questa critica dev'essere prima di tutto critica della propria poesia e della poesia in quanto tale. A meno di non volersi nascondere dietro un dito, bisogna ammettere che la poesia gode di un'inutilità malata, oggi come oggi, a meno di non trasformarsi direttamente in un prodotto culturale che gode il prestigio delle nicchie di mercato: costa tanto e vende poco.
Sto parlando proprio male, vediamo di ricominciare: per chi volesse, superati i diciottanni, scrivere poesie, è necessario pensare che cosa mai sia quella poesia. Personalmente ho scelto: una poesia quotidiana. E ho scelto proprio leggendo, in tempi di università, Sanguineti (e altri).
Incredibile quante cose si nascondano dietro questa definizione. In primo luogo significa criticare i propri giorni, giorno per giorno, o quasi: perché prendere "il piccolo fatto vero, possibilmente di giornata" significa strappare al continuum della vita un momento e straniarlo, straniarlo dal costruito disegno significante in cui e da cui siamo vissuti: perché davvero di una vita, restano in fondo pochi aneddoti, qualche battuta, alcuni momenti. La poesia allora diventa una specie di diario in pubblico, un gioco di autoanalisi, un contropelo esibito, in cui l'io deve avere il coraggio di presentarsi anche in modo spiacevole o banale.
Fare questo significa anche che questa critica deve passare attraverso una critica del linguaggio, se è vero che nel linguaggio riposa la forza del pensiero dominante: pensiamo solo al valore che ha assunto la parola "rumeno" tra i nostri giovani, trasformandosi nell'odierno surrogato del "negro" simbolico del razzista medio; critica del linguaggio che deve prima di tutto colpire la poesia stessa, il "poetese" contro cui, per sessantanni Sanguineti si è scagliato: significa insomma spezzare il nodo magico a cui ancora siamo vincolati della spettacolarizzazione di una vita tesa all'arte (è il meccanismo base del sistema televisivo) perseguendo piuttosto un'arte vitalizzata all'interno della vita. Diventa allora centrale l'amore, amore fedele o infedele per la moglie, che attraversa l'intera opera di Edoardo: se da giovani si può scrivere che il matrimonio diventa una "cellula di resistenza", vivendo l'amore si declina in tutto un paradigma di situazioni, distanze, tradimenti, esplicitamente banali, quotidiani, matrimoniali.
E' forse l'amore uno dei campi in cui più è necessario smontare le sovrastrutture imperanti: smontare il linguaggio riducendolo a parole d'amore che siano concrete, smontare l'amore nell'eros, nel corpo, nel piacere. Rimettere l'eros al centro dei nostri scambi simbolici, spezzando l'incanto dello spettacolo che con l'eros gioca perpetuamente, ma in modo mediato, bisbigliando all'inconscio il richiamo continuo di nuovi inesauribili (perché non soddisfabili) desideri.
La sto facendo lunga: non è facile racchiudere tutto in poche righe.
Per tirare le somme, chiariamo una volta per tutte che l'operazione di Sanguineti è un'operazione d'avanguardia, intesa proprio nella sua posizione dialettica rispetto alla forma spettacolo: da una parte abbiamo il montaggio di frammenti alla ricerca (con la promessa) della costruzione di un senso unitario, totalitario: la mia vita è stata questa, ed eccone il riassunto con colonna sonora. Dall'altra abbiamo invece i frammenti, straniati e straniti, non brandelli di rivelazione ma piccoli strappi in una tela che si vuole perfetta ma che possiamo sentire, tutti, giorno dopo giorno, insoddisfacente.
E' poesia questa borghesemente limitata, ovvio: per questo serve l'avanguardia. L'estetica è politica, come del resto ogni altra manifestazione culturale: politica nel senso di storica, mutevole, e per questo determinata da continua dialettica. Politica nel senso che la critica deve rivolgersi all'addestramento culturale a cui siamo sottoposti, addestramento che passa per la nostra vita materialmente vissuta, ed ecco l'esigenza di farsi "aspiranti materialisti storici", e per il nostro linguaggio e immaginario, ed ecco la necessità di farsi poeti.
Un giorno la poesia sarà scritta da tutti: non era questo il sogno dell'avanguardia?
Questo vuol dire che dovrà cambiare anche il nostro concetto di poesia.
Internet ci sta aiutando molto, se riuscissimo a sottrarci alle esigenze pubblicitarie del fascino.
Morire, chiudendo per sempre un discorso, sembra, ottocentescamente, porre il punto da cui costruire (paesaggisti e urbanisti servirebbero) l'autenticità di una vita vissuta: non è questo che vorrei. Morire non porta la conclusione tanto cercata, spiacente.
Se conclusione ci sarà, sarà gioia e rivoluzione.
Due cose appena: "non ho creduto in niente" e "me la sono goduta, io, la mia vita".
E ora, resta il lavoro da fare.
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