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lunedì 28 giugno 2010

Equilisti #13 (finale)

13.



Il più bello dei mari
 è quello che non navigammo. 
Il più bello dei nostri figli
 non è ancora cresciuto. 
I più belli dei nostri giorni 
non li abbiamo ancora vissuti.
 E quello
 che vorrei dirti di più bello
 non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)



E adesso io vedo le sedie che danzano nelle aule, e i disegni appesi alle pareti che si agitano e fanno ciao ciao con le mani disegnate, e vedo le bidelle decollare sulle scope, e i bidelli bollire in brodo le quattro ossa della morte, e i bambini fare stracci del mantello nero e inventarsi bandiere di pirati, di sogni e di anarchia, e i giovani cominciare a fare l'amore con gli occhi, a una collega si gonfia la pancia e ne esce un bambino che ruba dei pastelli colorati e nascono alberi e fiumi, trote che saltano nel sole, e tutti mangiano pane tiepido, e del mondo si spreme fuori l'olio più segreto e danziamo sul filo: ci ho speso una vita per essere qui.
Qualsiasi cosa sia accaduta, fin qui, posso riviverla e non voglio cambiare niente, neppure un punto, neppure questo punto qui.
E' ora di volare via.
Lunga è l'arte, breve la vita: sbagliando si impara, e non si smette mai di imparare.

Ho vinto cucinando in me l’attesa
invincibile, perché ho appese addosso
le tue magie,
truffo il tempo con i tocchi delle tue labbra
mentre appari bella agli occhi
di chi deve imparare
a guardarti, ad amare le tue arti,
la tua rabbia di fuoco,
il tuo lesto gioco, il tuo abbandonarti
come canoa alle lente correnti.

Ho vinto mostrando a te la mia paura tra mille
di essere amato: vinto cosa non so ancora
ma sento di gettare addosso a te l’amore come
un fascio di luce che ti fa brillare,
come un secchio d’acqua nel meriggio d’estate,
come il rumore che una bolla di sapone
magicamente custodisce dentro di sé.

C’è la tristezza dell’autunno, fuori e dentro.
Dell'autunno che esiste anche in primavera,
nel cuore dell'Aprile.
Viene voglia di aspettare la prima neve
per nascondercisi dentro,
come un pazzo pupazzo.
E tu mia nave incantata,
mio specchio, dove sono insieme
bambino e vecchio,
mio incanto scorrente come la fretta del torrente,
sei la mia arma segreta, e il resto è solo uno scudo
che sono disposto a perdere, per tornare.

Volge il sole le spalle ai monti,
illuminando altre valli,
io amo pensare al momento
in cui abbiamo scelto,
quasi come non avendo scelta, abbiamo
intrecciato i capelli e le mani come traiettorie
di lontani pianeti, tenaci nell’aggrapparci
contro il vento, contro la corrente,
contro il buon senso, contro i decreti legge, contro i contratti sindacali,
contro i bonus e malus,
contro le gomme da neve,
contro gli articoli dispari del codice civile,
contro il naso e le labbra che si sbriciolano, contro la pelle che invecchia. Io e te,
a cavallo di una vecchia secchia, rapita
dalla più umile stalla, abbiamo vinto.

E ora possiamo volare e atterrare,
e nuotare e cantare
e ora io e te possiamo onestamente amare
nei corpi e nei cuori
tutto quello che abbiamo saputo sognare.

Verrà il tempo. Viene sempre.

domenica 13 giugno 2010

Equilibristi #11

12.



Camminiamo tutti su un filo:
la vita è il cammino, 
l’amore il filo.



- Professoressa Corsi! 
Gridano in molti quando le due ragazzine scompaiono dalla scena. 
O per meglio dire, lo gridano prima due ragazze sedute vicino alla finestra; poi il grido si allarga e diffonde. 
Escono tutti fuori. Mi avvolgono, le persone; le persone che ho visto entrare e uscire da un bar mi toccano, non si accorgono neppure che è una cosa speciale, visto che non si sono mai accorti di me. L'attenzione è rivolta verso l'alto, verso l’azzurro del cielo. Ma tutta questa gente, la cui attenzione è rapita ora come sempre, non sta guardando il cielo. Hanno gli occhi girati in su. Si stringono, uscendo in cortile. Hanno fretta ma anche paura, come animaletti veloci. 
E improvvisamente tutti stiamo guardando la stessa cosa, lassù, sospesa tra terra e cielo. 
La professoressa Corsi cammina su un filo.
La vecchia professoressa, che non riusciva più a salire le scale e arrivava in classe dall'ascensore, che si vedeva arrancare per strada, dalla stazione a scuola, ora è dritta in piedi su un cavo steso tra una finestra della scuola e il palazzo di fronte. 
"Dev'essere un cavo per gli striscioni della festa del patrono!" esclama qualcuno vicino a me. Le osservazioni si susseguono tra la gente apparentemente senza logica. Alla ricerca di una spiegazione, tutti sono ipnotizzati. 
Gli studenti non cominciano ancora a ridere: ma certo è strano vedere la vecchietta che scompariva dietro la cattedra muoversi lentamente su quel filo a metri da terra. E' strano anche per me, infatti, che so già tutto. E sorrido mentre lo scrivo, perché alla fine sono stupido come tutti gli altri. Le esperienze insegnano qualcosa, ma c'è sempre un resto che sfugge via. Il filo sembra immobile, ma oscilla, e oscilla la professoressa, come la lontana cima di un'alta quercia. 
Enrico e Federica si ritrovano vicini, con tutto questo trambusto. Leonardo è scivolato fino a Ludovica. Nonostante l'apprensione del momento si sente nel naso un'aria di felicità. 
La professoressa sta là su. 
Da quanto non guardavo il cielo? 
Tutti stanno col fiato sospeso, come dovesse precipitare da un momento all'altro; e con il fiato sospeso, tutto sembra credibile. 
La professoressa Corsi persa nell'azzurro del cielo, come un pupazzo poggiato su uno straccio. 
E mi piace tanto leggere nei suoi lenti movimenti un discorso segreto che sussurra: non so come sono finita fin qui, come non so il senso delle cose che mi sono successe nella mia lunga vita. Vista da qui, ora, mi sembra un romanzo: uno di quei bei romanzi scanditi dal suono degli orologi, ma pieni di avventure. Ho fatto molte cose, e molto spesso ho avuto la testa tra le nuvole: già quand'ero bambina mia mamma mi rimproverava perché ero sognante e lenta, perché doveva sempre tenermi per mano altrimenti camminavo senza guardare dove andavo, e mi perdevo, nei giorni di mercato, fermandomi a parlare con tutti. Per questo forse la vecchiaia mi ha preso così, alle gambe, per fermarmi. E invece eccomi qui, non è riuscita nel suo intento. Ho parlato per anni a giovani guerrieri disarmati, vedendoli cambiare ciclicamente; i giri della luna e i giri delle generazioni, e ho amato tutto, e cercato di capire cosa restasse uguale dietro i capelli ora lunghi ora corti, dietro l'ostentazione di un'eleganza a buon mercato o le braghe volutamente rotte. Ho guardato piercing, tatuaggi, creste, capelli violentati, finti moikani e nuovi pakistani. Ho visto il mondo bussare alla mia porta e ho aperto. Ho visto ciò che è diverso e ciò che è uguale. Ho ascoltato ragazzine piangenti e fuggenti, insicure e scure in viso. Ho rimproverato uomini che mi guardavano dall'alto in basso, e chinavano la testa. E' il segreto dell'amore: io sono sempre stata piccola, indifesa, eppure il mondo mai mi ha fatto male. Quando ci ha provato, io ho capito e amato anche quei dolori, che si rivelavano, infine, piccoli e delicati. Ho avuto paura di zoppicare, ma poi l'ho fatto. E non ho avuto paura quando il mio uomo è stato licenziato, e poi l'ho perduto. O l'ho trovato davvero? 
Si danza in equilibrio, sempre, tra avere e non avere, tra essere e non essere, tra le mille sfumature di colori. L'essenziale è invisibile agli occhi, ho sempre insegnato. Ed ora senza neppure accorgermene sono salita qui su, come andare alla lavagna: la stessa fatica, la stessa sensazione, lo stesso piacere. Piacere di mostrare, prima ancora di dire qualcosa. I mostri sono ovunque. Ma ora vedo l'azzurro del cielo come uno straccio ancora bagnato sopra di me. E i nasi all'insù che guardano me, come hanno fatto per anni: occhi sempre della stessa età mi hanno guardato invecchiare, e ora, come sempre, mi guardano danzare sul filo teso. 
Non abbiamo mai fatto altro, signori e signore, cari studenti miei: è tutta una questione di sfumature, e di imparare a guardare, e ora mi guardate ma non mi vedete, forse. Guardate dove finisce la città, dove inizia una foglia, dove la festa comincia a non finire, dove finisce di cominciare, dove il bruco è farfalla, dove il figlio è il padre, dove il padre figlio, dove l'uomo donna, dov'è l'amore, perché davvero non si vede bene che con il cuore, e come ciechi, come vecchie talpe cieche andiamo avanti così, tra un sole e una nevicata, tra le nuvole che arrivano e che vanno, un piede dopo l'altro, sull'asfalto e tra le lenzuola, dentro un cuore o su un cavo sospeso. 
E parlo a te, amore mio. Siamo arrivati ad un'età che pensa di avere risposte, ma abbiamo solo lasciato perdere molte domande. 
Sei stato licenziato. Io sono stata malata. Ci siamo persi, come in montagna per i sobbalzi del terreno a volte non ci si vede più, pur mantenendo la stessa distanza.
Ma io so che nella vita ho avuto un amore, e un amore non finisce mai, se è quell'amore che riempie la pancia e cucina la vita ad un lento fuoco. 
Gli amori dei marmocchi che stanno finalmente fermi, qui sotto, sono scintille nella notte; girano veloci, e sprizzano scintille. A volte esplodono nella notte, o passano correndo come lontani aeroplani, come stelle che cadono negli occhi spalancati a guardarle. Ma spesso si spengono in lacrime, lo sappiamo. E a volte si spezzano. Sono come fiammiferi difettosi, difficili da usare. Ma quando il legno, la fibra del legno si accende, allora la scintilla diventa qualcosa di diverso: si fa luce, dapprima, che rischiara le cose intorno, e con un amore così ti senti in grado di capire e scegliere e decidere, sei forte e guardi la vita scorrere su di te, con felicità; e poi dalla luce, quando chiudi gli occhi, finalmente stanco di vedere, senti provenire una cosa nuova, diversa, senti che da quella luce viene non solo conoscenza ma calore, e su quel calore senti scaldarsi la vita, e nel calore senti profumi nuovi, e senti che tutta una nuova storia comincia, una storia lenta, d'anima cremosa e tiepida, di pazienza ed attenzione, di responsabilità e lotta e gioco e sesso. 
Adesso da qui vedo tutto; vi vedo piccoli, da qui, ma più chiaramente che mai. 
E ti capisco, amore mio; e capisco che il peccato non esiste, e non esistono tesori.
Mi ricordo di quando spiegavi ai bambini perché le piante grasse hanno le spine. 
Mi ricordo la tua muta tristezza. Mai ti ho lasciato, anche se tutto è cambiato. 
Capisco che arriva un momento in cui tutti ci guardiamo le mani sporche, e non ricordiamo quando e dove è successo. E che alcune macchie non si possono lavar via, senza alterare il tessuto. Capisco che ogni osservatore è prima di tutto osservato. Capisco che ti ho amato, e ti amo. E ti amerò, perché c'è un filo che da sempre ci ha uniti, legati insieme, ed è questo su cui ora cammino calma, sul vuoto che mi separa dai nasi girati in su, sul vuoto attorno che c'è stato sempre, e su questo filo, lontani o vicini, mai ho smesso di mettere un piede dopo l'altro, fermandomi, ondeggiando al vento, sentendo il fiato sospeso di chi aveva voglia di guardare. 
Pensate che stia per cadere, voi là sotto. 
Perché è quello che succede sempre. Si cade, si cade da bambini, con le ginocchia sbucciate, si cade da adulti, quando il tempo comincia a stringere i cordoni della borsa, e si cade fino a cadere per sempre. Eppure si sta in piedi, si ride e ci si innamora. Tra le molte forze contrastanti, come una barchetta avvolta dalla tempesta, esiste comunque una rotta senza traguardi e senza premi: quello è l'equilibrio. 
Amare ogni istante che passa correndo. 
E ridere, quando possibile.
E fare l'amore come siamo stati capaci di farlo noi. 
E mentre io leggo queste parole nello sforzo dei piedi sul cavo, piedi nudi e leggeri, piedi anziani e duri, so di essere anch'io su quel filo. E come una goccia di pioggia guarda alla terra, così a volte penso al futuro. E al passato, questo leggero passato che bussa e mi indispettisce. Ti amo; e sento che vorrei prenderti in braccio e volare sopra i comignoli ormai spenti, in questo straccio intinto nell'azzurro del cielo. E mi guardo indietro, e mi volto in avanti: ma la sola cosa che posso fare è cadere. Hai ragione. E sono caduto, e però a me il sorriso non si può togliere, visto che io ho incontrato te, mia dilettissima complice. E ho imparato a guardare le cose e le persone; e le foglie in terra mi parlano della tua pelle sotto una coperta, e il fuoco, l'unico vero fuoco, siamo noi, parte di quel fuoco su cui bruciavano le streghe, siamo la rivincita delle streghe e dei maghi, di chi nonostante tutto, col tempo che è passato sulle nostre teste, non la smette di amare come ragazzini e di essere così stranamente, contemporaneamente, domestico e selvatico. 
Molti non capiranno cosa brilla dietro gli occhi, nei miei e nei tuoi. Molti non l'hanno capito. Ma quando gli occhi incontrano gli occhi le faville parlano di un cuore perso in incendi d'amore.
Che vengano, sogni passati e incubi futuri, che vengano le storie perdute e gli amori smarriti, le passioni, le scopate, che vengano le notti abbracciati al cesso, che vengano le ore vuote, gli occhi sbarrati, che vengano le poesie lette sull'autobus, che venga tutto, i denti che cadono, le ginocchia che tremano, che venga la noia, che venga l'abitudine, che venga la rabbia, che vengano le porte sbattute, che vengano le parole pesanti e i silenzi, gli sguardi obliqui che preoccupano i bambini, che vengano le cose più facili, che vengano le stelle più romantiche, che vengano i lavori persi, i "si accomodi fuori", le file alla cassa, gli spiccioli in tasca, e io sarò con te, e tu sarai con me. 
Perché come le gocce che non smettono di cadere, non possiamo fermarci. Questo non è un disegno. 
E dopo aver imparato gli articoli della costituzione, dopo aver cercato le emozioni negli angoli bui tornando a mani vuote, e aver parlato delle mezze stagioni e dei frutti maturi, e aver recitato due volte "La pioggia nel pineto", e dopo aver compilato la dichiarazione dei redditi negli anni in cui redditi c'erano, e dopo aver fatto i bilanci e soppesato le cose, e dopo tutto questo, io abbraccio te come si abbracciano gli alberi, si annusa l'erba, si impara stranamente a godere di una goccia che ti cade sulla punta del naso, e io, infinitamente, con l'infinito racchiuso nella densità di ogni istante, io ti amo. 
Noi ci amiamo. 
E quando accadono le magie, i bambini restano col naso in su a guardare, stupiti. 
Proprio come quando ogni notte la luna decolla, in un’unica notte senza fine.

Equilibristi #10

10.


Bisogna pur sopportare qualche bruco 
se si vogliono conoscere le farfalle:
 sembra che siano così belle.
(Saint-Exupéry)

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
(F. De André)





I fiori sbocciano sotto il sole. 
Per alcuni ci vuole molta pazienza. Molta cura. 
E forse anche molta fortuna.
Fortuna è soccorso. 
Fortuna è essere amati. 
Ci sono semi che aspettano stagioni o secoli: che importa. L'attesa è attesa. E il momento di sbocciare è il momento di sbocciare. 
E ogni fiore è l'unico fiore. 
Ludovica. Leonardo. 
Questa sera sembra estate. E' maggio. L'anno di scuola sta finendo. 
Esiste un momento in cui i fiori cominciano a  decidere di sbocciare. Può essere subito prima di farlo, ma non è detto. Il tempo in cui le cose cominciano è un tempo a sé. 
La pioggia lava le strade: dopo quel giorno in cui si sono scontrati, si sono detti ciao, si sono detti, a mute parole, quanto sia importante essere guardati in quel modo, si sono detti ti amo e hanno avuto mille dubbi. 
Perché un fiore che decide di sbocciare non sa cosa c'è fuori. Non conosce il gusto dell'aria fresca. Il lungo bacio del sole. Il carbonio che le radici succhiano da terra. L'acqua, la pioggia leggera. E quando comincia, non sa cosa sta facendo: sarà giusta la direzione? Dov'è il rumore delle api. Il peso delle loro zampette? Avverte soltanto come una lenta onda di calore. E' di là. Per di là. Una via di fuga che è l'inizio di tutto. Una via di fuga che è una corsa verso il pericolo. E quando si comincia, ci sono i dubbi. E nei dubbi, la voglia di stringersi di più si mescola alla voglia di essere grandi. Che finisca l'oscuro scavo nella terra nera: voglio alzarmi all'aria che sbuffa, sfidare la pioggia, gridare i miei colori al cielo, al sole, seccarmi alla luce troppo viva dell'estate. 
Una sera è successo, ai margini della piazza larga e vuota. 
"Dove mi sta portando? Ho il cuore a mille e gli sto stritolando la mano. Torna in te, torna in te. Mi sta abbracciando e le sue mani mi avvicinano a lui. Che faccio? Che fare? Mi lascio andare? E' la cosa migliore. Sento che ci stiamo avvicinando sempre di più, intorno a noi non vedo più niente. Ci siamo solo io, lui, i nostri sguardi e una musica dolce che ci trasporta nel buio. Ora le nostre labbra si sfiorano; mi bacia. Mai avrei immaginato di essermi innamorata di lui. Ma ora, piano piano, si avvicina a me, posa le sue labbra sulle mie e mi stringe passando le sue mani attorno alla schiena facendomi tremare le gambe. Mi prende le mani e le mette sul suo petto. Lo stringo forte e così lui fa con me, fino a soffocarci ma in modo leggero e piacevole, quasi come fa la neve, quando si poggia sulla terra arida, soffice e delicata. 
Poi si stacca da me, mi accenna un sorriso e scompare nella penombra del vicolo senza fine."
Innamorarsi. E lui pensa: "sono agitato. Sono felice. Siamo io e lei, e attorno il mondo, ma separato."
E così cominciano a non capire più cosa succede.
E da allora ogni giorno si sono aspettati. 
Fuori scuola. 
Al solito angolo. 
Lui ha imparato a guardarla in tuta il martedì, ben pettinata il venerdì, conosce i suoi occhi stanchi del lunedì. 
Lei ha imparato che il mercoledì diventa facilmente intrattabile perché inglese non fa altro che interrogarlo. 
Lui conosce la consistenza dei suoi capelli. L'ha guardata sotto la luna. Lei si è stretta a lui sotto le stelle. 
I diari si sono riempiti di parole, pensieri, poesie, disegni, fotografie. 
Sarà questo l'amore?
Hanno scritto questo in faccia, ora: ogni mattina. 
Sono diversi, ogni mattina. Ma la felicità che ogni mattina sbatte le lenzuola dai loro occhi conversa sempre con questa domanda: quindi questo è l’amore? E Lunghe chiacchierate che mi piace ascoltare, perché anche per me sta salendo la primavera, e per quanto sbattuto, sconfitto, dimenticato, è sempre dolcissimo il rumore che fa sulle facce della gente, come dietro le maschere sale l'inquietudine o la pigrizia, le scarpe sono più spesso slacciate, le signore più belle. Anche il caffè migliora, credetemi.
E oggi qualcosa è cambiato. 
La stagione delle prime volte ha avuto inizio. E mi viene da sorridere perché vivo da un pezzo la stagione delle ultime.
Ieri. Era una giornata così calda, ieri. 
E Leonardo l'ha attesa, al solito posto. Si è infilato il primo paio di jeans che gli è capitato tra le mani. Lei è arrivata: stessi jeans. Esistono le coincidenza?
Piccolo Bacio sulle Labbra, per salutarsi. Il cuore accelera insieme al motorino; pizzica sulla pelle e fra i capelli, questa brezza quasi estiva e la velocità delle due ruote. 
Un leggero venticello fa muovere la tenda, lascia intravedere quell’unico spicchio di luna che c’è stasera. I loro corpi si muovono lentamente, insieme. I cuori che battono all’unisono, la tocca con dolcezza. Mille parole escono dal cuore. Tutte ripetono: "Nulla può rovinare questo momento!"
Pieni d’amore si guardano, non riescono a smettere di baciarsi. Il tempo è tiranno, passa troppo velocemente. Improvvisamente è tardi.  
La Riaccompagna. Strada deserta. Lui fa lo Scemo. TI AMO! Si gira e la bacia, girato completamente verso lei, FANCULO LA STRADA.
Lei si arrabbia, vorrebbe prenderlo a schiaffi, ma non sa resistergli, lo bacia. 
E’ un Amore fin troppo giovane il loro, indelebile nei cuori. Come questa serata. 
E oggi sono diversi, ma non si vede niente di diverso. 
Perché è così che funziona.
Nessuno si accorge mai di niente. 
E i noi nascono e scoppiano come bolle di sapone. Come i fiori, nessuno bada a loro. Ma qualcuno li ha attesi. 
L'amore, non ha età.
L'amore tiene su i motorini a volte, pettina le orbite dei pianeti, fa il contropelo dei campi di grano, stringe le rotte del volo saltuario delle lucciole, ingarbuglia i pensieri, annoda destini, cancella momenti come lavagne, costruisce castelli su una goccia come esplosioni di luce, riunisce sette colori nella luce per illuminare lei, e unisce lei e lui, in modi sottili, in uno sfiorarsi parallelo.
L'amore, mica detto sia per sempre. 
Quando la neve si scioglie, esce, sotto la neve, quel che c'era prima. 
Ma sempre tutto cambia.
E tutto si muove.

lunedì 7 giugno 2010

Sono fatti miei, ma mi fa scoppiare il cuore...

Per Te.
È l’ora del tramonto:
il Sole ancora caldo,
il cielo, una tavolozza di romanticismo.
Sarebbe un quadro perfetto. Sarebbe.
Manca Lui. Lui che è lontano. Troppo lontano.
Accanto a te, troppo vicina, la Paura,
silenziosamente poggiata sui nervi,
come un’equilibrista che danza
su di un sottilissimo filo di nylon,
e stringe il culo, non solo per mantenere l’equilibrio.
Resti immobile, ipnotizzata:
i colori parlano di lui,
hanno il suo stesso profumo,
il suo nome.

Vorresti parlargli delle sfumature di questo Cielo,
sussurrandogli all’orecchio quanto ami
il suo modo buffo di giocare e sperimentare,
la sua determinazione, ostinazione,
nel voler aggiustare ciò che non va,
coi propri mezzi,
o il suo strano modo di sdrammatizzare
le situazioni spiacevoli,
o della sua naturale inclinazione nel ficcarsi
sempre in qualche situazione imbarazzante.
Vorresti dirgli che il suo
Parlare e Parlare e Parlare
Non è poi così noioso:
il suono della sua voce è la melodia più dolce, per te.
E potresti ascoltarlo ore ed ore, giorni se necessario.
Raccontargli di come lo ammiri
Per ciò che riesce a fare coi suoi Marmocchi,
per come sia riuscito a conquistarli,
arrivando direttamente e profondamente ai loro cuori.
(esattamente come ha fatto con te!)
E spiegargli che seppure non sia un uomo perfetto,
sin dal primo momento eri sicura
sarebbe stato Lui il Tuo Futuro.

Ti ho Scelto, Sempre.
Da Un Anno a questa parte,
HO SCELTO TE, GIORNO DOPO GIORNO.
Senza se, senza Ma. Senza Alcun Dubbio.
Non sarai perfetto, ma
Sei l’Uomo Migliore del Mondo,
ed io la ragazzina più fortunata.
E sono qui, perché
L’AMORE È SOPRATTUTTO UNA COSA CHE SI FA.
Si fa e si ri-fa.                          
E per niente e NESSUNO al mondo
Rinuncerei mai a Capriole e Bolle di Sapone.

Voglio Amarti, Senza Riserve.
La Mia Vita, la Affido a Te.

E FANCULO A CHI DICE CHE SIAMO SDOLCINATAMENTE MELENSI:
SIGNORI, QUESTO E’ AMORE.

Equilibristi #9

9.



Dallo scaffale tira giù le lettere d' amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.
(D. Walcott)

Tra nuvole e lenzuola, 
non dire una parola. 
(Negramaro)



Oggi il viso del prof è un lago immobile in un limpido e gelido pomeriggio d'inverno. 
I pensieri guizzano come pesci d'argento. L'acqua ha riflessi d'oro. Ogni lago nasconde una fata. Ma sapreste riconoscere voi il confine che separa una fata da una strega? Basta guardarlo per sentire i suoi pensieri. Pensieri di ieri, visto che sono ancora caldi, come il pane uscito da poco dal forno. Da ieri non smette di pensare così.
Sorrido così perché ho conosciuto una strega. 
I miei pensieri si fermano. Tutto è calmo. Sono nel letto, avvolto dalle mie solite lenzuola e da questa ragazza che non so da dove sia arrivata; e le mie lenzuola non sono più le stesse. Appoggia la sua testa sulla mia spalla, mi avvolge con un braccio e una gamba. Tutto è fermo. E fuori splende il sole, lo sento che sbatte sulla finestra quasi chiusa. Entrano alcuni raggi di luce, miliardi di corpuscoli sono illuminati da quell'energia e alla fine di tutto, alla fine di quel raggio, c'è lei, posata su di me. Stanca. Il suo corpo è felice. E questa sua felicità mi avvolge: per un momento mi sono sentito sul punto di soffocare, e invece respiro. Respiro meglio di prima. E i miei pensieri si fermano. Il mio cuore batte. Non esistono dubbi. L'intero mio passato sembra uno di quei giochi da turisti, con il Colosseo ripieno di neve. Lontano. E in parte sbagliato. Sbagliato in un modo ridicolo, come un souvenir. Sto bene. Sono disteso e i miei muscoli tacciono, e potrei restare disteso così per sempre. 
Abbiamo fatto le capriole. Abbiamo esploso e soffiato di nuovo bolle di sapone. Un'altalena, siamo stati. E ora mi sento come se vetri e vetri, frantumi di vetri, briciole di anni e di vite, con bordi taglienti e punte acuminate, mi fossero precipitate addosso, nell'istante del rumore del vetro che si frantuma. Ma tutto, invece, è tornato al suo posto. Ogni singolo pezzo è diventato parte di un altro. I bordi taglienti si sono saldati: non possono più fare male a nessuno. Le punte aguzze sono state ingoiate dai trucioli. Tutto torna intero, liscio come una bolla. 
E io so che tutto quello che è stato, è stato solo un viaggio cieco per arrivare qui in questo momento. 
E ora so che starò qui in questo momento. 
Non sento il bisogno di cercare parole. Non devo tenerla o allontanarla in nessun modo. 
Apro gli occhi, quando li chiudo sento lei che mi respira addosso. 
Il suo cuore è di polpa tenera. 
Nel suo corpo il sugo di ogni mio desiderio. 
Io sono un animale. Lei è un animale. Siamo uniti.
Siamo insieme la luce e la polvere sotto il comodino. I suoi occhi rotondi racchiudono mondi.
Dai miei sogni fuggono sorridendo barboni con una leva e una lanterna e lunghe cinture, che mi dicevano: dammi un punto d'appoggio e solleverò il mondo. Il punto fermo.
Le divinità sorridono e scoprono di non esistere. 
E i pensieri scorrono come un fiume guizzante di trote. 
Il sole scalda il suo corpo caldo. Siamo sudati. Siamo felici. 
Noi.

domenica 6 giugno 2010

Equilibristi #8

8.



La donna è uscita dalla costola dell'uomo, 
non dai suoi piedi perché debba essere pestata, 
né dalla testa per essere superiore, 
ma dal fianco per essere uguale; 
un po' più in basso del braccio per essere protetta
 e dal lato del cuore per essere amata.
(Talmud)



Continuamente ci si incontra. Ogni giorno le persone si incontrano. Si scontrano, anche. Quanti tamponamenti accadranno in una grande città? Quanti in ogni istante nel mondo? Si incontra una persona che si finge di non vedere, si incontra un vecchio vicino di casa, si scambiano saluti, ci si domanda "come va?" proprio per non dover ascoltare come vanno le cose, si sorride con le labbra, giocando coi muscoli del viso, e con gli occhi si guarda altrove, oltre, più in là. La fretta non è un bel modo per percorrere una strada che andrà comunque percorsa tutta: camminare o correre, non ha molta importanza. E gli scontri sono perdite di tempo, fastidi, scocciature. Oppure sono occasioni da non perdere, battute da scambiare, conquiste da imbastire, premi da vincere, sconti da ritirare. 
Ma non è questo l'importante. 
Ognuno di noi segue una sua strana orbita che non si riesce a vedere. Ma questo vale per tutti, ed essendo una costante possiamo trascurarla. Quello che è veramente importante è che queste orbite non sono perfette. O forse sono perfette così come sono, tuttavia si intersecano. E le intersezioni sono gli incontri; e gli incontri a volte sono scontri. E gli scontri non sono sempre scocciature. E non sono sempre l'attesa premiata del predatore silenzioso che scatta alla bisogna. A volte le orbite che si incontrano fanno come un piccolo nodo, invisibile. Due corpi in movimento improvvisamente sentono l'attrazione l'uno dell'altra: riprendetevi i libri di scienze delle medie e ripassate la legge della gravitazione universale. I due corpi si attraggono, in modo diverso. E questa forza d'attrazione entra in lotta con la forza che ci spinge sempre innanzi, e le rotte di complicano, girano su loro stesse, convergono. A volte i due corpi si scontrano e sprizzano via scintille tali da illuminare una vita intera. A volte è così che finiscono, le vite. A volte così cominciano. E a volte invece i due corpi fanno solo una strana deviazione, e poi scappano via come lanciati da una fionda, e ripartono in linea retta verso luoghi che non conoscono, serbano appena il ricordo dello snodo percorso. 
A volte, tutto si combina insieme. 
E i due corpi astratti iniziano a girare attorno ad un asse invisibile: lentamente, dapprima con una spirale, si accostano, e poi, invece di precipitare, incredibilmente trovano un nuovo equilibrio. 
Generalmente pensiamo che la creazione sia produrre qualcosa che prima non c'era. Una gallina produce un uovo; un pero, le pere; la api, il miele; uno scrittore, una storia; una mamma, il suo bimbo. Ma non è così semplice: a volte una creazione è solo questione di nuovi rapporti tra le cose che già esistono. Anzi, quasi sempre è così. La maggior parte delle cose esiste già, ma deve arrivare l'alba per cominciare a vedere.
Enrico, il professore, ha visto l'alba: è la ragazza che quando la guardi spalanchi gli occhi come appena uscito da una nuotata sott'acqua, e senti la gioia di riempirti i polmoni e di sentire il sole caldo in faccia. Si chiama Federica. La sua pelle sa di primavera, e i suoi occhi sono occhi da strega, pensa da quando l'ha vista. 
L'alba di solito arriva piano: le cose acquistano minuto dopo minuto forma e consistenza, fino a che il sole non appare ad illuminare tutto. Ma questa volta la luce è stata come uscire di corsa da un tunnel, spalancare la porta di un garage e trovarsi in un giardino. E vedere una casa come quelle dei disegni che si facevano da bambini, e accanto alla casa un albero, com'era in quei disegni: e la luce sono gli occhi scuri di una strega. Per questo hanno inventato poi i filtri d'amore, nella letteratura, pensa il prof. Per questi momenti qui. Parlarle è come scivolare su un prato umido, inevitabile. Amarla è come riconoscersi in un sogno. Prende carta e penna: la tua bellezza mi ha stregato, scrive.
Lei sorride: dentro qualcosa si riempie per la prima volta. Gli occhi si aprono un pochino di più: dopo tanto guardare, ora osserva. E' inciampata anche lei in una specie di magia. Non riesce a smettere di sorridere. Sono fidanzata, pensa. Ma pensa anche: da adesso non più. O non ancora. Perché la porcellana si è crepata facendo un suono dolcissimo, attorno a lei. E sente l'aria tiepida sulla pelle, per la prima volta. E con l'aria il suo sguardo che la divora. E si sente sdraiata nel giardino della casa che disegnava e che non ricorda più, sente il rumore delle formiche che cercano il cibo, desiderano ogni briciola, e gli uccelli che cantano, le nuvole che corrono. Prende quello stesso biglietto, lo gira, prende la penna dalle mani di Enrico, immobili; scrive il suo numero di telefono.
Esistono momenti, come nel fitto del temporale il bagliore del lampo che spaventa, momenti che cambiano quel che era e quel che sarà. 
Momenti preparati in altri momenti, tanto brevi che non hanno lasciato traccia. 
Eppure quando le rotte di una vita si incrociano davvero, annodandosi, e si mettono a girare tra loro, come è successo qui davanti ai miei occhi, e gli occhi lampeggiano e brillano come le ultime braci nella cenere, quando il corpo si scalda e rischia di infiammarsi, tutto sembra diventare più chiaro. 
E' servito l'inverno per preparare la primavera. 
La neve che è caduta non ha cancellato i peccati. 
I raggi del sole sempre più alto accorciano le ombre, scaldano la pelle, mostrano tutto con più evidenza: esistono momenti che sono preparati da sempre. 
La pelle. 
Lui le dirà: mi piacciono le capriole, facendo le bolle di sapone, nella notte, tra i lampioni.
Lei dirà: sai fare magie, tu. 
E intanto la spirale girerà e girerà, portandoli sempre più vicini. 
La pelle, sulla pelle. 
Tra tutti i sensi, la pelle è quello che non sa mentire; e non sbaglia mai.
E la pelle che sente questo nuovo sole, vuole restare nuda.
L'amore, come i disegni che fai da bambino, è soprattutto una cosa che si fa. 

giovedì 27 maggio 2010

Equilibristi #7

7. 


Du hattest keine.

Ich hatte eine:
Ich liebte.
(B. Brecht)



I giorni scorrono apparentemente uguali, anche a guardarli da qui. Il disordine del mondo sembra una struttura ricorsiva: ma chi prova a disegnarla impazzisce. Perché l'unica cosa che resta costante è il continuo cambiamento. 
Tutto scorre, ricordate? Ed esistono molte più cose sotto il cielo e sopra la terra, per non parlare di quel che potrebbe esserci sotto la terra e sopra il nostro piccolo azzurro cielo, di quante ognuno di noi possa veramente scoprire. E tra tutte queste cose oscilliamo, sempre. Stiamo fermi solo quando siamo avvolti da contrastanti forze. Ed è rassicurante, in questa infinita confusione, pensare di imparare le cose, di saperle riconoscere, di annoiarsi, persino. In realtà le rincorriamo ogni mattina, nel solito bar, nelle solite parole, nel giornale, nel caffè, nel bacio, nello sguardo furtivo lanciato al cielo. Ma in realtà accadono cose diverse ovunque attorno a noi, e accadono spesso. 
Voi forse non volete avere tempo per accorgervene. 
Io sono qui apposta.
Sono queste le cose che sto rubando, non le vostre anime da quattro soldi. 
Oggi succede che Ludovica, la ragazza di corsa, esce in fretta dal bar, mentre Leonardo, il ragazzo che comincia mille cose senza sapere dove andare a finire, entra. 
Quante persone entrano ed escono dal bar ogni giorno?
Ne avete un'idea. 
Ma poche si scontrano come fanno loro ora. Possiamo dire che lei corre troppo per quella campanella che minaccia di suonare, o che lui è sempre troppo con gli occhi per aria e la testa tra le nuvole. Possiamo giustificare questo piccolo inutile incidente in migliaia di modi diversi. Eppure, è successo. 
E dopo che si sono scontrati, si guardano negli occhi. Non è una faccenda poi tanto normale.
- Ciao - dice lei.
- Scusa - dice lui, le raccoglie lo zaino: è leggero, mezzo vuoto. 
Lui resta con le mani in mano. Le mette in tasca. Vorrebbe avere i capelli più lunghi. Sta cercando di controllare ogni muscolo del viso, della schiena. Si sente il rumore di tutto quel lavoro, qui. Cioè, io lo sento, e la scena prosegue. Sono più di duecento i muscoli necessari al sorriso, comunque, pensateci. 
E lei ora sorride.
Entrambi hanno quell'espressione da impreparati in cattedra, ma anche da Natale improvviso, da gelato caduto in terra: terrore e stupore. Timore e tremore.
Lei pensa: com'è che diceva il prof? Ci vuole pazienza con i fiori; e anche che l'amore non è una malattia, pur se è stato sempre descritto con accurata sintomatologia; e che qualunque cosa accada, sono soprattutto gli errori quello che ci tiene vivi. Una donna scappa nella foresta e tutti dietro a perdersi. A perdere la testa, la vita, il senno. Per un seno? Per questo seno appena spuntato? Ma che succede quando è lei che vuole farsi trovare, invece? 
E pensa: i miei piedi sudano, ora, e si fanno troppo leggeri. 
Con te commetterei ogni errore. 
E lui: sto per sbagliare, la palla uscirà, la schiena è sbilanciata, rigida, innaturale, il portiere troppo grande e veloce, e tutto intorno questa folla muta di sguardi, si annuvolano risate, le marmitte di motorini strombazzano scherno, ho un brufolo sulla guancia e lei ha gli occhi del temporale che arriva lento quando invece di studiare guardi fuori dalla finestra.
- Oggi forse pioverà. - dice infine. 
E lei: -e temo che ogni goccia di pioggia possa uccidermi. -
La citazione scolastica non viene raccolta, ma ugualmente le nuvole alte hanno mandato un rumore come di porcellana che si rompe e, anche se attorno tutto ha ripreso a girare sempre più veloce, lei è corsa via rincorrendo la campanella, gli amici hanno annebbiato l'aria di olio bruciacchiato, padri sono usciti e madri entrate, i libri sono stati chiusi, le gomme sputate, le sigarette spente, loro due, Ludovica e Leonardo, sono accesi ora da una miccia in fiamme.
E adesso che invento parole in questa moviola di altri cuori, vorrei spiegarvi cosa c'è sotto la porcellana quando si rompe, ma ora, ma prima, provate ad ascoltare il suono di questa miccia che, in un largo groviglio, brucia.

sabato 15 maggio 2010

Dieci anni fa, sulla tovaglia, ad un concerto...

L’UOMO DELLA BRUMA


In questa notte di mezza estate la luna muore
l’uomo che vive sulla bruma pigia l’interruttore
e si apre un precipizio di cielo fin sulla sabbia
e la notte degli amanti finisce con rabbia

e la carovana si attornia di carri ripieni
e certi eroi già sanguinano per frecce indiane
e a certe finestre giunge inatteso l’odore di fieni
e l’incenso evapora dai templi tibetani

è un rimescolarsi nell’aria di aromi e odori
è un suono nell’aria come un colore
come una sera blu appena dipinta
che ancora gronda gocce di notte

l’uomo che vive lassù porta un cappello
talvolta sporge la testa e si affaccia
stanotte improvviso gli vola un capello
e ondeggia nell’aria come un profilo, una faccia

e segue il precipizio della luna fin sulla rena
e vede una piccola perla apparire luminosa
è una donna che improvvisa balena
è una donna bella, nuda e silenziosa

il capello scivola lungo lo sguardo dell’uomo blu
la donna salta e vola e adesso nuota nel vetro
e lascia sbigottita la folla che resta laggiù
e in riflesso improvviso si volta all’indietro

lascia la folla farsi piccola sotto di lei
e nuota fino a sfiorare in questa notte che muore
l’uomo e il cappello di velluto trapuntato di stelle.
Io sogno e schiaccio l'interruttore

mentre il crepuscolo si riflette in un capello che vola.

In...

“In-battersi”

In una notte finché l’alba
In salute in gola
In malattia in un mazzo di chiavi
In un marzo in un bene che ami
In un fiore tetro in un vetro
Nero in povertà
In libertà in demenza
In una borsa piena di coriandoli
In una buca piena di semenza, in un’oscura
Tana in un ragno spiaccicato
In un’ombra inzaccherata
In un riflesso in un letto
In un fesso in un malore
Improvviso che quasi morivo
In un quasi che hai detto
In un cuore se ce l’hai dentro
In un corso in un piano
In un carso lontano
In un lontano saluto dal treno
In un bicchiere che bevo
In un dio che non credo
In un albero bruciato
In un’anima abbrustolita
In un armadio bucato in un sogno
Deluso in un bambino caduto
Che piange in lacrime morbide
In un dente fasullo in un fucile
In un bacile di sabbia e oro
In un amore in un perdono.

venerdì 14 maggio 2010

Equilibristi #5



5. 



Lui era il mio Nord, il mio Sud,
 il mio Est ed ovest,
(W. H. Auden)







E se fosse? E se non fosse? 
Pensa così la bambina che è passata qui davanti correndo: è tardi. La campana a scuola sta per suonare. E il bar sta per riempirsi di genitori che hanno il tempo di chiacchierare, una volta concluso il giro tra asilo, elementari, medie. L'ingresso a scuola coincide con un momento di traffico impazzito, mamme frettolose, nervose, che scattano verso la giornate di lavoro: i papà, quando ci sono, sono più rilassati, specie quelli con belle macchine. Il suono della campanella attira la ciurma di studenti lentamente ma inesorabilmente, come lo scarico di un lavandino. Subito dopo le autovetture scivolano via, e il bar cambia atmosfera, tutto è più lento, e i genitori si godono quei minuti in cui tolgono la maschera familiare e si sentono liberi dallo sguardo dei figli. Ma la campanella ha anche il magico potere di riempire l'aria di ansia: i ritardatari si precipitano. Anche se si trattengono dal correre, dentro hanno l'inquietudine che prende al suono del telefono: è il segnale di un appuntamento. E questa bambina  sta correndo per non arrivare tardi, per non sentirsi addosso lo sguardo della bidella e le lamentele del prof. Perché arrivare tardi ad un appuntamento mette una strana inquietudine. 
Da pochi mesi tiene i capelli sciolti, questa bambina. Forse per questo non è più una bambina. E corre, portandosi dietro mucchi e mucchi di voglie, nuove, strane, incomprensibili. Corre perché da poco tempo la scuola è una cosa diversa. Esistono cose nuove. Il suo professore parla di cose strane, nonostante la noia della grammatica. Imparare comincia a diventare una cosa diversa dall'avere il quaderno con i compiti in ordine. Le cose stanno cambiando, e lei comincia ad accorgersi che questo suo ritardo, non è solo un ritardo rispetto al suono della campanella, non è solo una R sul registro: mentre corre verso scuola, sta pensando che sarà sempre così. La vita corre e non s'arresta un'ora, ha letto in classe. Dobbiamo cercare di essere felici, forse è per questo che il prof la legge. Forse è questo che continuamente cerca di spiegare. 
Ma correndo, pensa che correrà sempre. Non correrà per scappare, ma per raggiungere. 
Ci sarà sempre una campanella che suona. 
Come Capitan Uncino e il ticchettio degli orologi: ma non pensa più alle favole. Corre dietro i voti, che non sono come vorrebbe. Corre dietro il sentirsi dire brava. Corre dietro lo specchio in cui si vede diversa, perché diversamente si guarda. Corre dietro gli obblighi che comincia ad imparare, e dietro i desideri che cominciano a suonare come campanelle impazzite in ogni istante e ad ogni respiro. 
I capelli scivolano nell'aria. 
Il professore sta trascinandosi in classe: parlerà delle fiabe, oggi. Antropologia e psicologia e mal di testa. Perché gli piace cercare di convincere chi lo ascolta che la vita può essere una fiaba, con i suoi protagonisti e antagonisti, con inattesi oggetti magici, aiutanti inaspettati, insperati colpi di fortuna e improvvise catastrofi, perché è tutto qui, nell'avere una storia, nel trovare il modo di raccontarla, e raccontarla significa viverla, rispettando le regole e violandole, perché finalmente sono state davvero comprese.
Enrico comincia a pensare: abbiamo tutti paura. 
E tutti desideriamo la felicità. 
E diventare grandi significa accorgersi che è impossibile essere veramente all'altezza dei propri sogni, dei sogni che so di noi sono stati fatti. 
E mentre la campana suona, pigramente trascinandosi in classe, mentre gli studenti trasportano il loro rumore del corridoio, mentre gli ultimi ritardatari correndo arrivano al cancello, pensa: siamo persi in una nave di pirati. 
Esistono isole a cui abbiamo dato nome, andandocene; di quello che verrà sappiamo sempre molto poco. 

sabato 8 maggio 2010

Equilibristi #4


4. 



Verrà un altro inverno 
cadranno mille di petali di rose
la neve coprirà tutte le cose 
e forse un po’ di pace tornerà.
(Amalia Gré)

Come neve bianca scenderei, 
per coprire tutto quello che sei. (Negramaro) 

La neve copre tutti, come il peccato. 
(Talmud)



Lei è una ragazza che la guardi e apri di più gli occhi, come quando nuoti allarghi bene la bocca, per catturare l'aria. 
E' entrata, apparsa, scomparsa. E' come quando d'improvviso arriva la neve. Ricordate quella volte che ha nevicato? Pensateci. Sotto quella neve tutto diventa improvvisamente più bianco, lento, morbido? I pensieri sembrano farsi fiocchi, cristalli sottilissimi che cominciano a scendere, mescolati a quel freddo, e tutto quello che si agitava fino a un momento prima si calma, le macchine si bloccano, tutti si immobilizzano, e così i pensieri scivolano lenti e tutto sembra diverso, più lento, più calmo, più dolce. 
E' successo anche a lei. Ha nevicato sulla sua testa e nel suo cuore. Perché lei ha avuto un uomo. Un uomo vero; è più grande. Sono stati insieme, come succede. Lui è pazzo di lei e lei sente questo desiderio. E accetta di lui che sia sposato, che abbia figli, che sia impegnato. Perché ogni suo bacio la fa sentire grande, forte, bella. Perché è un uomo, avventuroso e pazzo, scostante e scontroso, e le parla d'amore, quando ha voglia d'amore, e le parole volano, e si intrecciano. 
Che importa se è una colpa? Se, mentre si amano, nella notte qualcuno aspetta altrove. 
E allora nevica e le colpe cadono al suolo. L'amore è senza peccato, pensano entrambi, guardando la neve fuori dalla finestra.
E sorridono. 
Ricordate come si sorride, in queste occasioni? Perché è successo anche a voi. E se non è successo, sta accadendo ora.
Lui ascolta sua moglie che gli parla, e pensa a lei: un corpo giovane che lo fa sentire bello. Lo rende goloso. Felice. Sente in quel corpo come una primavera tiepida. E pensa di dirle: donna. E questa parola ha nuovi significati. 
Lei sente i suoi litigare, le dicono di studiare. L'università è un pianeta sconosciuto dove tutto gira veloce, dove lei ancora non ha capito cosa fare. La neve servirà anche a questo. Ricordate come tutto rallenta?
Perché succede a tutti di avvertire dentro di sé la paura di essere gli unici a non sapere dove si sta andando. La paura di sbagliare. E tutti attorno sembrano impegnatissimi a correre da qualche parte, e lei pensa che è felice di andare, camminando, ma certo non sa dire dove sta andando. Eppure lei è felice, distrattamente felice. Pensa al suo profilo. Lo disegna nell'aria della domenica pomeriggio, mentre lui è uscito a giocare coi figli. Quante parole girano in una testa in un pomeriggio? Tutte le parole del mondo, forse. Parole che dicono che amare non è una colpa. Parole che dicono: non puoi averlo. Parole che dicono: nonostante tutto, qui manchi tu. E si tocca un livido, ripensando alla macchina, alle stelle, la luna, il respiro, l'ultimo orgasmo. Si diverte a pensare dove ha sbattuto e quando. Lo tocca, per risentire nel corpo quelle emozioni nuove. Riuscire a ricordare il sapore della prima marmellata? E' così, gusto di assaporare, assaggiare, mangiare, saziarsi. Questo pensa, eppure è lontano. Lontano. Lo desidera. Eppure è impossibile. Eppure sembra irresistibile, con le sue parole, i suoi baci.
E' come ricordare una lontana nevicata. 
In una partita di scacchi non è facile capire quali siano le mosse sbagliate e le mosse giuste. Non sai mai cosa sta per accadere. Per quanto tenti di prevedere, non puoi riuscirci. Per questo scende la neve, a coprire la terra, a riempire la testa di quell'ovattata calma, per poter dire: va tutto bene. 
Tutto va bene, queste mosse fanno parte di una partita più grande. Per questo ti dici: sono felice. 
Sono innamorata.
Per arrivare alla magia di crederci davvero dimenticando le voci che da dietro le quinte della mente sussurrano preoccupazioni e dubbi. 
Perché già amori sono sbocciati e finiti. Perché questa cosa è stata attesa, sognata, desiderata, sfiorata, e poi finalmente vissuta in una sera d'estate, in una tenda mossa da un leggero vento, in un ti amo gridato, poi è finita e ricominciata altre volte, e allora quei sogni si sono trasformati in dubbi ora, e c'è la voglia di riconoscere nella mancanza, nel desiderio, nelle mani, negli odori, un significato sperato, e c'è la paura di sbagliare. 
Perché quando sei caduto una volta, ricordi il dolore sulle ginocchia e le sbucciature alle mani. 
Ma desideri correre ancora. 
Per questo ripete senza parole: sono innamorata. 
Perché lei desidera correre ancora, selvaggia, forte come la betulla, affondando le radici nella terra, lasciandosi scuotere dal vento, scorrente come acqua.  
E quella neve, nei ricordi, rallenta tutto. 
C'è dolcezza. Se lo ricorda. E il calore del desiderio. Ricorda anche questo. 
Ma rapidamente sono già ricordi.
Forse non era un peccato, ma non ha funzionato. 
Una domenica ha scritto così, prima di addormentarsi, trovando il sogno cambiato:  

Nei miei ricordi non c’è più la neve, 
il cielo una volta chiaro e limpido, sta mutando.
All’improvviso la foschia, arrivata da lontano
a cancellar quel che di te è rimasto. 
Non ricordo più come suonano
le note della tua voce, e quell’erre buffa. 
Non ricordo più il contorno del tuo viso, 
il profumo della bocca, il calore delle mani. 
Sembra soltanto il ricordo  di una vita passata 
troppo lontana, troppo distante da quella che è 
la realtà. La tua realtà, alla quale,
pur volendo, non posso appartenere. 
E senza troppe domande 
vado via, 
semplicemente.

Dalla neve alla nebbia.
E ora che è primavera, indovinate dove l'ho vista io, questa giovane donna?
In una partita, non puoi mai essere sicuro di aver commesso un errore: da una mossa sbagliata può accadere qualunque cosa. Anche di entrare in un bar, come oggi, e illuminarlo con una maschera.
Una maschera che nasconde una strega.
Perché tutti poi, come strani pedoni, camminiamo, camminiamo, e un giorno, forse, con la neve o il sole, sapremo dov'è che stavamo da sempre andando. 

sabato 17 aprile 2010

Equilibristi #2

(per leggere il cap precedente clicca qui)
1.



I solitari leggono molto, ma parlano poco e poco sentono dire: la vita per loro è misteriosa. Sono mistici e spesso vedono il diavolo dove non è.
(A. Cechov)


“Cosa posso prendere adesso?
”
“un taxi!”
“va bene, allora fammi un taxi, ma con poco ghiaccio.”
(in un bar)




Un giorno il professore entrò nel bar: aveva un'aria piuttosto sciupata. Dagli occhi sembrava uscire un'aria pestilenziale, nel cervello i cavalieri dell'apocalisse dovevano martellargli direttamente le meningi e inutilmente i muscoli del viso cercavano di mantenere la pelle del viso tesa in una maschera rispettabile. Sembrava un criceto smarrito: lanciava occhiate di qua e di là, dalla zuccheriera alla barista, dal pavimento ai lampadari, di nuovo la barista, cercando il gesto complice, biascicando finalmente "...il solito...", tornando ad ammirare le bustine di zucchero, misurando le distanze da percorrere con le mani, contemplando soddisfatto la posizione dei suoi piedi, quando, posato il gomito sul bancone, finalmente può godere di una posizione relativamente stabile.
Enrico, è il suo nome.
Succede in certe strane mattinate che il mondo perda la sua solita consistenza: allora le molecole sembrano allentare i loro lacci, gli atomi schizzare impazziti, le scarpe ora incollarsi al pavimento, ora galleggiare senza attrito, la visione dimostra che la diffusione delle onde, i movimenti di quelle invisibili, innominabili particelle, sono diventati sghembi: gli occhi fissano un cielo che, stabile da millenni, improvvisamente ha accelerato e si muove ora avanti, ora indietro, e sembra fermarsi ma solo per scattare ancora indietro e poi rovesciarsi avanti, roteando e martellando una coscienza che sembra dover imparare tutto di nuovo.
Se qualcuno, come me, se ne accorge, probabilmente apprezza i suoi sforzi: è come un bimbo che impara a gattonare. Ma è anche quel che resta di un diavolo sconfitto che ora paga le sue pene: quell'aria contraddistingue chi precipita da grandi altezze, e chi ha tentato inutilmente di alzarsi in volo, nella ressa di un locale pieno di studenti, o sul tappeto diagonale dell'hascish ha sognato di avvolgersi negli arabeschi che fa la luce dei lampioni infiltrandosi in casa e mescolandosi con quelle delle stelle più decadenti. Ieri quel mondo liquido tutto avvolgeva, ed era un brodo che protegge, una danza tra membrane plastiche che si infrangono silenziosamente.
Bene, ho tempo da perdere, anche oggi. Spero ne abbiate anche voi.
Viviamo in un mondo dove non si gioca mai: la comunicazione è diretta o, quand'è indiretta, è sempre fin troppo esplicitamente seducente. Dobbiamo avere sempre bisogno di qualcosa, e quando non possiamo permetterci più niente, scopriamo non avere dei veri desideri. E così non sto vendendo niente, e per me il mondo è sempre composto di volumi fluidi che si intersecano.
E questa mattina il prof paga i postumi di una bella e sonora sbornia.
Ma è proprio questa mattina che qualcosa deve accadere: come faccio a saperlo, vi chiederete?
Perché sono il diavolo, ovvio. O perché sono io che sto raccontando questa storia.
Quindi, ricominciamo: ogni mattina quasi tutte le persone che conoscete entrano in un bar.