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lunedì 25 aprile 2011

Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano" "Marcia su Roma e dintorni"



Oggi, Emilio Lusso: scoperta buona per la terza media, in effetti, eppure autore temo trascurato.


Cosa mi colpisce: è stato scrittore avverso al fascismo – nel senso dell’estetizzazione della vita – almeno quanto uomo avverso al fascismo – uomo che reagisce con la politicizzazione dell’arte.
Lussu è un buon esempio di quel filone di memorialistica bellica che, stagliandosi per meriti letterari dalla massa della memorialistica buona come fonte storica, giunge fino a Rigoni Stern: persone che avendo vissuto un’esperienza storicamente ed umanamente decisiva, scampati, sentono il bisogno di narrarla.
Allargandoci un po’ potremmo far rientrare in quest’area memoriale molta – e forse la parte migliore – della narrativa italiana del XX secolo: Primo e Carlo Levi, il primo Calvino, Vittorini, Pavese, Fenoglio, per citare solo i primi nomi che mi vengono in mente in questo appisolato pomeriggio di prima primavera.
Ma non mi interessa tracciare genealogie; preferisco indicare, quale tratto decisivo di questo variegato insieme, l’elemento dell’antiretorica: la storia ha smarrito (finalmente) ogni plausibile disegno provvidenziale – per qualcuno, forse per molti, è restato in piedi il disegno della dialettica marxista, non so quanto ben digerita – ed allora perduto il disegno storico non resta che il memoriale (più o meno giocato sull’autobiografia o sulla narrazione eterodiegetica) che non potrà non essere in primo luogo memoria di una domanda, che la storia ha posto, e dell’umana risposta, in una gradazione che può andare dalla presa di posizione ideologica all’espressione della perplessità umana.
La memoria infatti arriva in seguito, è questa la prima avvertenza: il gesto di scrittura è differito, l’occasione non è il momento vissuto, e il gesto della memoria serve anche a rintracciare il senso dei comportamenti, le motivazioni delle scelte, le giustificazioni forse alla buona sorte che ha portato infine al momento della scrittura.
Tutto questo in Lussu accade incredibilmente due volte: vissuta al fronte la Grande Guerra, vivrà altrettanto al fronte, da deputato fino al confino, il sorgere del fascismo e il suo impossessarsi dello stato.
In entrambi i casi (“Un anno sull’Altopiano” e “Marcia su Roma e dintorni”) il romanzo (il romanzesco, ma anche l’unità dell’esperienza vissuta) muore, e ne esce una narrazione aneddotica, a malapena rappresa attorno alla tesi di fondo: l’inettitudine ufficiale dell’esercito patrio, in un caso, l’inettitudine istituzionale e del variegato antifascismo nel secondo.
Proprio questo tipo di narrazione mi interessa: l’aneddotica deve operare necessariamente in base a selezione e un montaggio: quel che leggiamo è il sunto di un’esperienza traumatica, montato poi sulla base di un’intenzione d’autore – questi testi sono gesti politici, in particolare il secondo, scritto proprio per la diffusione dell’antifascismo all’estero. I vari episodi esistenziali – ritagli di un testo il cui contesto rende valicate di fatto le frontiere tra pubblico e privato: mirabile esempio di come l'aver qualche cosa da dire renda superflui sia i giochini strutturalistici sia le speleologiche digressioni più o meno psicanalitiche – sono ritagliati e montati secondo una tesi di fondo da dimostrare; superfluo qui discutere tale tesi. Non ha molto senso ora stabilire ragioni e torti. Quel che più mi sembra interessante è la possibilità di gustare il dibattito di allora, con un effetto studiatissimo di “anti-fiction”: fosse questa la ricetta buona per dare una smossa ad una narrativa buona solo per gli inserti culturali, per gli impegnati da salotto.
Io mi rifiuto di continuare ad avere a che fare con persone che sono in grado di discutere di feriti in battaglia, torture, morti ammazzati, mentre degustano vermentini e paglia e fieno. Aprire gli occhi sui fatti rende ognuno colpevole: ogni guerra è una guerra civile, scrisse Pavese, prima che il suo suicidio venisse a chiudere l'ambiguità tra impegno ed estetismo classicheggiante.
E la guerra che prima o poi verrà sarà veramente di terra e sangue, polvere da sparo e tattiche, e tecniche, infine.
Non è un caso che il caso letterario degli ultimi anni sia stato “Gomorra”, che vale, nella mia ipotetica genealogia, come più recente caso: la parola è già un gesto di battaglia, se esiste una società che di quella parola sa fare realmente una questione. Se questa società non esiste più, restano soltanto i rumori delle ossa che si rompono tra i ragazzi di Seattle e Genova. Se questa società non esiste più, il parlamentarismo diventa vulnerabile, e vulnerato probabilmente in questi ultimi anni più volte, perché è svuotato ogni senso al luogo in cui si parla. Se questa società non esiste più non resterà che l'odore: odore dell'asfalto quando ci si china in terra per non vedere il prossimo omicidio.

lunedì 5 luglio 2010

lezione #5

Lezione n° 5



Salvatore si avvia nella direzione opposta a quella indicata dal passeggino. 
Non appena ha attraversato la strada la macchina che era stata sollevata così gentilmente ricade nascondendo il cadavere della giovane mamma. Salvatore crede sia un tuono, e allunga il passo. 
Qualche incrocio più in giù si vede che il tram si è nuovamente bloccato. Ma Salvatore deve andare dall’altra parte, questa volta.
In fondo alla discesa è ora visibile una specie di presepe illuminato: la giornata si è fatta scura, e così quel presepe è più chiaro del giorno. Salvatore capisce che è lì che deve andare, e allunga ancora di più il passo. Ma a questo punto un signore gli si para davanti e gli parla. 



Signore_ Mi sembra che io sia tuo padre, figliuolo. 
S._ Non lo credo, ma è molto molto gentile da parte sua. Io sono Salvatore, amo le Dolomiti e ho voglia di dipingere il mare. Sto andando a comprare i miei surgelati. 
Signore_ Figlio mio, non puoi capire come siano successe così tante disgrazie. Mi sembra che siano anni interi nei quali, per quanto abbia finto di andare a lavorare, in realtà ho passato la giornata facendo su e giù per questa strada. Credo sia solo per questo che abbiamo la fortuna di incontrarci ancora: lo dobbiamo al fatto che io abbia smesso di prendere il tram. Mamma non mi sembra sappia nulla, anche se ho paura che abbia paura che la tradisca. 
S._ Lei è uno della brava gente, signore, ma io non capisco bene i suoi verbi. Abbia? Cos’è? Rabbia? Sabbia? 
Signore_ Credo fortemente che io sia Marcello, il padre tuo. Ricordo come tu sia partito quand’eri ancora in fasce: mamma riteneva che dovessi riposare di più per lavorare meglio e fare carriera, ma da quando sei partito tutti quelli che mi sembrava stessero sempre alla macchinetta del caffè sono diventati miei diretti superiori, fino a che, dopo una vita che mi sembra sia stata interamente spesa a lavorare, non mi hanno dichiarato come superato e prepensionabile. Da allora tutto mi sembra che sia un’unica giornata e che non la smetta di ripetersi: passeggio su e giù lungo questa via, faccio prima tutta la salita, poi tutta la discesa. Almeno a me sembra che venga prima la salita e poi la discesa, ma alla fine del pomeriggio credo che nessuno ne sia più ugualmente convinto. 
S._ Sto andando al supermarket, signore. E’ in fondo a questa strada. Ho fame, e cammino da lontano. 
M._ Figlio mio, mi sembra di ricordare che non molto tempo dopo che tu partisti mamma mi cucinò il gatto, al forno e con le patate, e da allora niente sembra che sia più come prima. Dove avrei dovuto trovare i soldi per i surgelati, se non ricorrendo al giro delle scommesse? Tutti credono che sia anni che vada su e giù per questo viale, e sembra sempre che io stia andando da qualche parte, sembra quasi che stia lavorando, e invece vuoi sapere il mio segreto?
S._ Lei è molto onesto, a dire così. 
M._ Io penso alle corse: tutti sono convinti che io sia in grado di indovinare tutti i vincenti delle corse giornaliere: ma non è vero. Riesco ad indovinarne solo tre. Ma con il passare degli anni ho imparato a giocare solo quei tre, e così guadagno più che lavorando, e sembra che mamma non sia mai stata così felice, non fosse per il fatto che è morta cucinandosi le gambe nel forno nuovo. Penso proprio che abbia sempre avuto freddo ai piedi da quando te ne sei andato. 
S._ Io non capisco tutto quello che dice. 
M._ Pare proprio che io abbia un mucchio di soldi, figlio. Ma tutto quello che avrei mai desiderato sarebbe stato incontrare di nuovo te. E’ evidente che uno può sopravvivere per anni fingendo di lavorare, scommettendo su tre corse di cavalli, sbucciando cipolle ogni sera e piangendo un figlio perduto e camminando su e giù per questo viale: non sai che camminare fa bene alla circolazione?
S._ Certamente. Il tram infatti è bloccato poco più su.
M._ Pare proprio che io abbia un bel po’ di soldi, figlio.
S._ E non ha paura degli assassini? 
M._ Come ti sembra possibile che io abbia paura degli assassini? Io so che sono morto.
S._ Sono dolente signore. Com’è successo? 
M._ Te lo mostro, figlio mio. Ma prendi questi soldi, non so cosa farmene. E ricordati che le persone qui sono tanto impegnate a fingere di lavorare per non ammettere che non c’è nessun bisogno di lavorare che non si accorgono che se smettessero di farlo scoprirebbero soltanto che non sanno cosa farsene di una vita in cui si cammina su e giù per una via, una via lunga come una vita.
S._ Può ripete, signore. Sono stanco, lei parla piano e io non ho capito.
M._ Scopa, figlio mio. E va’ dove desideri. Scopa e respira. Io sono stato arrapato solo una volta in vita mia, e sei nato tu, e sei subito sparito, perché dovevo dormire bene per poter prendere il tram al mattino e tornare la sera, e raccontare a tua madre come fosse andata in ufficio. Figlio mio, verranno momenti migliori, il tempo è una ruota che gira.

Dette queste parole quello che credeva di essere il padre di Salvatore lo prese per mano e lo accompagnò fino all’ingresso del parcheggio del supermarket. Lì c’era una panchina, e quell’uomo lì si sedette. Si addormentò di colpo: gli occhi si chiusero con lo stesso rumore dei cancelli automatici a fine corsa. 
In pochi attimi il corpo era diventato come un fantoccio di sabbia e regnatele.
Dal cielo arrivavano le prime gocce di pioggia: cadevano larghe sull’asfalto: formavano specchi in terra, senza colore.

lunedì 28 giugno 2010

Equilisti #13 (finale)

13.



Il più bello dei mari
 è quello che non navigammo. 
Il più bello dei nostri figli
 non è ancora cresciuto. 
I più belli dei nostri giorni 
non li abbiamo ancora vissuti.
 E quello
 che vorrei dirti di più bello
 non te l'ho ancora detto.
(N. Hikmet)



E adesso io vedo le sedie che danzano nelle aule, e i disegni appesi alle pareti che si agitano e fanno ciao ciao con le mani disegnate, e vedo le bidelle decollare sulle scope, e i bidelli bollire in brodo le quattro ossa della morte, e i bambini fare stracci del mantello nero e inventarsi bandiere di pirati, di sogni e di anarchia, e i giovani cominciare a fare l'amore con gli occhi, a una collega si gonfia la pancia e ne esce un bambino che ruba dei pastelli colorati e nascono alberi e fiumi, trote che saltano nel sole, e tutti mangiano pane tiepido, e del mondo si spreme fuori l'olio più segreto e danziamo sul filo: ci ho speso una vita per essere qui.
Qualsiasi cosa sia accaduta, fin qui, posso riviverla e non voglio cambiare niente, neppure un punto, neppure questo punto qui.
E' ora di volare via.
Lunga è l'arte, breve la vita: sbagliando si impara, e non si smette mai di imparare.

Ho vinto cucinando in me l’attesa
invincibile, perché ho appese addosso
le tue magie,
truffo il tempo con i tocchi delle tue labbra
mentre appari bella agli occhi
di chi deve imparare
a guardarti, ad amare le tue arti,
la tua rabbia di fuoco,
il tuo lesto gioco, il tuo abbandonarti
come canoa alle lente correnti.

Ho vinto mostrando a te la mia paura tra mille
di essere amato: vinto cosa non so ancora
ma sento di gettare addosso a te l’amore come
un fascio di luce che ti fa brillare,
come un secchio d’acqua nel meriggio d’estate,
come il rumore che una bolla di sapone
magicamente custodisce dentro di sé.

C’è la tristezza dell’autunno, fuori e dentro.
Dell'autunno che esiste anche in primavera,
nel cuore dell'Aprile.
Viene voglia di aspettare la prima neve
per nascondercisi dentro,
come un pazzo pupazzo.
E tu mia nave incantata,
mio specchio, dove sono insieme
bambino e vecchio,
mio incanto scorrente come la fretta del torrente,
sei la mia arma segreta, e il resto è solo uno scudo
che sono disposto a perdere, per tornare.

Volge il sole le spalle ai monti,
illuminando altre valli,
io amo pensare al momento
in cui abbiamo scelto,
quasi come non avendo scelta, abbiamo
intrecciato i capelli e le mani come traiettorie
di lontani pianeti, tenaci nell’aggrapparci
contro il vento, contro la corrente,
contro il buon senso, contro i decreti legge, contro i contratti sindacali,
contro i bonus e malus,
contro le gomme da neve,
contro gli articoli dispari del codice civile,
contro il naso e le labbra che si sbriciolano, contro la pelle che invecchia. Io e te,
a cavallo di una vecchia secchia, rapita
dalla più umile stalla, abbiamo vinto.

E ora possiamo volare e atterrare,
e nuotare e cantare
e ora io e te possiamo onestamente amare
nei corpi e nei cuori
tutto quello che abbiamo saputo sognare.

Verrà il tempo. Viene sempre.

domenica 13 giugno 2010

Equilibristi #10

10.


Bisogna pur sopportare qualche bruco 
se si vogliono conoscere le farfalle:
 sembra che siano così belle.
(Saint-Exupéry)

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.
(F. De André)





I fiori sbocciano sotto il sole. 
Per alcuni ci vuole molta pazienza. Molta cura. 
E forse anche molta fortuna.
Fortuna è soccorso. 
Fortuna è essere amati. 
Ci sono semi che aspettano stagioni o secoli: che importa. L'attesa è attesa. E il momento di sbocciare è il momento di sbocciare. 
E ogni fiore è l'unico fiore. 
Ludovica. Leonardo. 
Questa sera sembra estate. E' maggio. L'anno di scuola sta finendo. 
Esiste un momento in cui i fiori cominciano a  decidere di sbocciare. Può essere subito prima di farlo, ma non è detto. Il tempo in cui le cose cominciano è un tempo a sé. 
La pioggia lava le strade: dopo quel giorno in cui si sono scontrati, si sono detti ciao, si sono detti, a mute parole, quanto sia importante essere guardati in quel modo, si sono detti ti amo e hanno avuto mille dubbi. 
Perché un fiore che decide di sbocciare non sa cosa c'è fuori. Non conosce il gusto dell'aria fresca. Il lungo bacio del sole. Il carbonio che le radici succhiano da terra. L'acqua, la pioggia leggera. E quando comincia, non sa cosa sta facendo: sarà giusta la direzione? Dov'è il rumore delle api. Il peso delle loro zampette? Avverte soltanto come una lenta onda di calore. E' di là. Per di là. Una via di fuga che è l'inizio di tutto. Una via di fuga che è una corsa verso il pericolo. E quando si comincia, ci sono i dubbi. E nei dubbi, la voglia di stringersi di più si mescola alla voglia di essere grandi. Che finisca l'oscuro scavo nella terra nera: voglio alzarmi all'aria che sbuffa, sfidare la pioggia, gridare i miei colori al cielo, al sole, seccarmi alla luce troppo viva dell'estate. 
Una sera è successo, ai margini della piazza larga e vuota. 
"Dove mi sta portando? Ho il cuore a mille e gli sto stritolando la mano. Torna in te, torna in te. Mi sta abbracciando e le sue mani mi avvicinano a lui. Che faccio? Che fare? Mi lascio andare? E' la cosa migliore. Sento che ci stiamo avvicinando sempre di più, intorno a noi non vedo più niente. Ci siamo solo io, lui, i nostri sguardi e una musica dolce che ci trasporta nel buio. Ora le nostre labbra si sfiorano; mi bacia. Mai avrei immaginato di essermi innamorata di lui. Ma ora, piano piano, si avvicina a me, posa le sue labbra sulle mie e mi stringe passando le sue mani attorno alla schiena facendomi tremare le gambe. Mi prende le mani e le mette sul suo petto. Lo stringo forte e così lui fa con me, fino a soffocarci ma in modo leggero e piacevole, quasi come fa la neve, quando si poggia sulla terra arida, soffice e delicata. 
Poi si stacca da me, mi accenna un sorriso e scompare nella penombra del vicolo senza fine."
Innamorarsi. E lui pensa: "sono agitato. Sono felice. Siamo io e lei, e attorno il mondo, ma separato."
E così cominciano a non capire più cosa succede.
E da allora ogni giorno si sono aspettati. 
Fuori scuola. 
Al solito angolo. 
Lui ha imparato a guardarla in tuta il martedì, ben pettinata il venerdì, conosce i suoi occhi stanchi del lunedì. 
Lei ha imparato che il mercoledì diventa facilmente intrattabile perché inglese non fa altro che interrogarlo. 
Lui conosce la consistenza dei suoi capelli. L'ha guardata sotto la luna. Lei si è stretta a lui sotto le stelle. 
I diari si sono riempiti di parole, pensieri, poesie, disegni, fotografie. 
Sarà questo l'amore?
Hanno scritto questo in faccia, ora: ogni mattina. 
Sono diversi, ogni mattina. Ma la felicità che ogni mattina sbatte le lenzuola dai loro occhi conversa sempre con questa domanda: quindi questo è l’amore? E Lunghe chiacchierate che mi piace ascoltare, perché anche per me sta salendo la primavera, e per quanto sbattuto, sconfitto, dimenticato, è sempre dolcissimo il rumore che fa sulle facce della gente, come dietro le maschere sale l'inquietudine o la pigrizia, le scarpe sono più spesso slacciate, le signore più belle. Anche il caffè migliora, credetemi.
E oggi qualcosa è cambiato. 
La stagione delle prime volte ha avuto inizio. E mi viene da sorridere perché vivo da un pezzo la stagione delle ultime.
Ieri. Era una giornata così calda, ieri. 
E Leonardo l'ha attesa, al solito posto. Si è infilato il primo paio di jeans che gli è capitato tra le mani. Lei è arrivata: stessi jeans. Esistono le coincidenza?
Piccolo Bacio sulle Labbra, per salutarsi. Il cuore accelera insieme al motorino; pizzica sulla pelle e fra i capelli, questa brezza quasi estiva e la velocità delle due ruote. 
Un leggero venticello fa muovere la tenda, lascia intravedere quell’unico spicchio di luna che c’è stasera. I loro corpi si muovono lentamente, insieme. I cuori che battono all’unisono, la tocca con dolcezza. Mille parole escono dal cuore. Tutte ripetono: "Nulla può rovinare questo momento!"
Pieni d’amore si guardano, non riescono a smettere di baciarsi. Il tempo è tiranno, passa troppo velocemente. Improvvisamente è tardi.  
La Riaccompagna. Strada deserta. Lui fa lo Scemo. TI AMO! Si gira e la bacia, girato completamente verso lei, FANCULO LA STRADA.
Lei si arrabbia, vorrebbe prenderlo a schiaffi, ma non sa resistergli, lo bacia. 
E’ un Amore fin troppo giovane il loro, indelebile nei cuori. Come questa serata. 
E oggi sono diversi, ma non si vede niente di diverso. 
Perché è così che funziona.
Nessuno si accorge mai di niente. 
E i noi nascono e scoppiano come bolle di sapone. Come i fiori, nessuno bada a loro. Ma qualcuno li ha attesi. 
L'amore, non ha età.
L'amore tiene su i motorini a volte, pettina le orbite dei pianeti, fa il contropelo dei campi di grano, stringe le rotte del volo saltuario delle lucciole, ingarbuglia i pensieri, annoda destini, cancella momenti come lavagne, costruisce castelli su una goccia come esplosioni di luce, riunisce sette colori nella luce per illuminare lei, e unisce lei e lui, in modi sottili, in uno sfiorarsi parallelo.
L'amore, mica detto sia per sempre. 
Quando la neve si scioglie, esce, sotto la neve, quel che c'era prima. 
Ma sempre tutto cambia.
E tutto si muove.

lunedì 7 giugno 2010

Equilibristi #9

9.



Dallo scaffale tira giù le lettere d' amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.
(D. Walcott)

Tra nuvole e lenzuola, 
non dire una parola. 
(Negramaro)



Oggi il viso del prof è un lago immobile in un limpido e gelido pomeriggio d'inverno. 
I pensieri guizzano come pesci d'argento. L'acqua ha riflessi d'oro. Ogni lago nasconde una fata. Ma sapreste riconoscere voi il confine che separa una fata da una strega? Basta guardarlo per sentire i suoi pensieri. Pensieri di ieri, visto che sono ancora caldi, come il pane uscito da poco dal forno. Da ieri non smette di pensare così.
Sorrido così perché ho conosciuto una strega. 
I miei pensieri si fermano. Tutto è calmo. Sono nel letto, avvolto dalle mie solite lenzuola e da questa ragazza che non so da dove sia arrivata; e le mie lenzuola non sono più le stesse. Appoggia la sua testa sulla mia spalla, mi avvolge con un braccio e una gamba. Tutto è fermo. E fuori splende il sole, lo sento che sbatte sulla finestra quasi chiusa. Entrano alcuni raggi di luce, miliardi di corpuscoli sono illuminati da quell'energia e alla fine di tutto, alla fine di quel raggio, c'è lei, posata su di me. Stanca. Il suo corpo è felice. E questa sua felicità mi avvolge: per un momento mi sono sentito sul punto di soffocare, e invece respiro. Respiro meglio di prima. E i miei pensieri si fermano. Il mio cuore batte. Non esistono dubbi. L'intero mio passato sembra uno di quei giochi da turisti, con il Colosseo ripieno di neve. Lontano. E in parte sbagliato. Sbagliato in un modo ridicolo, come un souvenir. Sto bene. Sono disteso e i miei muscoli tacciono, e potrei restare disteso così per sempre. 
Abbiamo fatto le capriole. Abbiamo esploso e soffiato di nuovo bolle di sapone. Un'altalena, siamo stati. E ora mi sento come se vetri e vetri, frantumi di vetri, briciole di anni e di vite, con bordi taglienti e punte acuminate, mi fossero precipitate addosso, nell'istante del rumore del vetro che si frantuma. Ma tutto, invece, è tornato al suo posto. Ogni singolo pezzo è diventato parte di un altro. I bordi taglienti si sono saldati: non possono più fare male a nessuno. Le punte aguzze sono state ingoiate dai trucioli. Tutto torna intero, liscio come una bolla. 
E io so che tutto quello che è stato, è stato solo un viaggio cieco per arrivare qui in questo momento. 
E ora so che starò qui in questo momento. 
Non sento il bisogno di cercare parole. Non devo tenerla o allontanarla in nessun modo. 
Apro gli occhi, quando li chiudo sento lei che mi respira addosso. 
Il suo cuore è di polpa tenera. 
Nel suo corpo il sugo di ogni mio desiderio. 
Io sono un animale. Lei è un animale. Siamo uniti.
Siamo insieme la luce e la polvere sotto il comodino. I suoi occhi rotondi racchiudono mondi.
Dai miei sogni fuggono sorridendo barboni con una leva e una lanterna e lunghe cinture, che mi dicevano: dammi un punto d'appoggio e solleverò il mondo. Il punto fermo.
Le divinità sorridono e scoprono di non esistere. 
E i pensieri scorrono come un fiume guizzante di trote. 
Il sole scalda il suo corpo caldo. Siamo sudati. Siamo felici. 
Noi.

domenica 6 giugno 2010

Equilibristi #8

8.



La donna è uscita dalla costola dell'uomo, 
non dai suoi piedi perché debba essere pestata, 
né dalla testa per essere superiore, 
ma dal fianco per essere uguale; 
un po' più in basso del braccio per essere protetta
 e dal lato del cuore per essere amata.
(Talmud)



Continuamente ci si incontra. Ogni giorno le persone si incontrano. Si scontrano, anche. Quanti tamponamenti accadranno in una grande città? Quanti in ogni istante nel mondo? Si incontra una persona che si finge di non vedere, si incontra un vecchio vicino di casa, si scambiano saluti, ci si domanda "come va?" proprio per non dover ascoltare come vanno le cose, si sorride con le labbra, giocando coi muscoli del viso, e con gli occhi si guarda altrove, oltre, più in là. La fretta non è un bel modo per percorrere una strada che andrà comunque percorsa tutta: camminare o correre, non ha molta importanza. E gli scontri sono perdite di tempo, fastidi, scocciature. Oppure sono occasioni da non perdere, battute da scambiare, conquiste da imbastire, premi da vincere, sconti da ritirare. 
Ma non è questo l'importante. 
Ognuno di noi segue una sua strana orbita che non si riesce a vedere. Ma questo vale per tutti, ed essendo una costante possiamo trascurarla. Quello che è veramente importante è che queste orbite non sono perfette. O forse sono perfette così come sono, tuttavia si intersecano. E le intersezioni sono gli incontri; e gli incontri a volte sono scontri. E gli scontri non sono sempre scocciature. E non sono sempre l'attesa premiata del predatore silenzioso che scatta alla bisogna. A volte le orbite che si incontrano fanno come un piccolo nodo, invisibile. Due corpi in movimento improvvisamente sentono l'attrazione l'uno dell'altra: riprendetevi i libri di scienze delle medie e ripassate la legge della gravitazione universale. I due corpi si attraggono, in modo diverso. E questa forza d'attrazione entra in lotta con la forza che ci spinge sempre innanzi, e le rotte di complicano, girano su loro stesse, convergono. A volte i due corpi si scontrano e sprizzano via scintille tali da illuminare una vita intera. A volte è così che finiscono, le vite. A volte così cominciano. E a volte invece i due corpi fanno solo una strana deviazione, e poi scappano via come lanciati da una fionda, e ripartono in linea retta verso luoghi che non conoscono, serbano appena il ricordo dello snodo percorso. 
A volte, tutto si combina insieme. 
E i due corpi astratti iniziano a girare attorno ad un asse invisibile: lentamente, dapprima con una spirale, si accostano, e poi, invece di precipitare, incredibilmente trovano un nuovo equilibrio. 
Generalmente pensiamo che la creazione sia produrre qualcosa che prima non c'era. Una gallina produce un uovo; un pero, le pere; la api, il miele; uno scrittore, una storia; una mamma, il suo bimbo. Ma non è così semplice: a volte una creazione è solo questione di nuovi rapporti tra le cose che già esistono. Anzi, quasi sempre è così. La maggior parte delle cose esiste già, ma deve arrivare l'alba per cominciare a vedere.
Enrico, il professore, ha visto l'alba: è la ragazza che quando la guardi spalanchi gli occhi come appena uscito da una nuotata sott'acqua, e senti la gioia di riempirti i polmoni e di sentire il sole caldo in faccia. Si chiama Federica. La sua pelle sa di primavera, e i suoi occhi sono occhi da strega, pensa da quando l'ha vista. 
L'alba di solito arriva piano: le cose acquistano minuto dopo minuto forma e consistenza, fino a che il sole non appare ad illuminare tutto. Ma questa volta la luce è stata come uscire di corsa da un tunnel, spalancare la porta di un garage e trovarsi in un giardino. E vedere una casa come quelle dei disegni che si facevano da bambini, e accanto alla casa un albero, com'era in quei disegni: e la luce sono gli occhi scuri di una strega. Per questo hanno inventato poi i filtri d'amore, nella letteratura, pensa il prof. Per questi momenti qui. Parlarle è come scivolare su un prato umido, inevitabile. Amarla è come riconoscersi in un sogno. Prende carta e penna: la tua bellezza mi ha stregato, scrive.
Lei sorride: dentro qualcosa si riempie per la prima volta. Gli occhi si aprono un pochino di più: dopo tanto guardare, ora osserva. E' inciampata anche lei in una specie di magia. Non riesce a smettere di sorridere. Sono fidanzata, pensa. Ma pensa anche: da adesso non più. O non ancora. Perché la porcellana si è crepata facendo un suono dolcissimo, attorno a lei. E sente l'aria tiepida sulla pelle, per la prima volta. E con l'aria il suo sguardo che la divora. E si sente sdraiata nel giardino della casa che disegnava e che non ricorda più, sente il rumore delle formiche che cercano il cibo, desiderano ogni briciola, e gli uccelli che cantano, le nuvole che corrono. Prende quello stesso biglietto, lo gira, prende la penna dalle mani di Enrico, immobili; scrive il suo numero di telefono.
Esistono momenti, come nel fitto del temporale il bagliore del lampo che spaventa, momenti che cambiano quel che era e quel che sarà. 
Momenti preparati in altri momenti, tanto brevi che non hanno lasciato traccia. 
Eppure quando le rotte di una vita si incrociano davvero, annodandosi, e si mettono a girare tra loro, come è successo qui davanti ai miei occhi, e gli occhi lampeggiano e brillano come le ultime braci nella cenere, quando il corpo si scalda e rischia di infiammarsi, tutto sembra diventare più chiaro. 
E' servito l'inverno per preparare la primavera. 
La neve che è caduta non ha cancellato i peccati. 
I raggi del sole sempre più alto accorciano le ombre, scaldano la pelle, mostrano tutto con più evidenza: esistono momenti che sono preparati da sempre. 
La pelle. 
Lui le dirà: mi piacciono le capriole, facendo le bolle di sapone, nella notte, tra i lampioni.
Lei dirà: sai fare magie, tu. 
E intanto la spirale girerà e girerà, portandoli sempre più vicini. 
La pelle, sulla pelle. 
Tra tutti i sensi, la pelle è quello che non sa mentire; e non sbaglia mai.
E la pelle che sente questo nuovo sole, vuole restare nuda.
L'amore, come i disegni che fai da bambino, è soprattutto una cosa che si fa. 

giovedì 27 maggio 2010

Equilibristi #7

7. 


Du hattest keine.

Ich hatte eine:
Ich liebte.
(B. Brecht)



I giorni scorrono apparentemente uguali, anche a guardarli da qui. Il disordine del mondo sembra una struttura ricorsiva: ma chi prova a disegnarla impazzisce. Perché l'unica cosa che resta costante è il continuo cambiamento. 
Tutto scorre, ricordate? Ed esistono molte più cose sotto il cielo e sopra la terra, per non parlare di quel che potrebbe esserci sotto la terra e sopra il nostro piccolo azzurro cielo, di quante ognuno di noi possa veramente scoprire. E tra tutte queste cose oscilliamo, sempre. Stiamo fermi solo quando siamo avvolti da contrastanti forze. Ed è rassicurante, in questa infinita confusione, pensare di imparare le cose, di saperle riconoscere, di annoiarsi, persino. In realtà le rincorriamo ogni mattina, nel solito bar, nelle solite parole, nel giornale, nel caffè, nel bacio, nello sguardo furtivo lanciato al cielo. Ma in realtà accadono cose diverse ovunque attorno a noi, e accadono spesso. 
Voi forse non volete avere tempo per accorgervene. 
Io sono qui apposta.
Sono queste le cose che sto rubando, non le vostre anime da quattro soldi. 
Oggi succede che Ludovica, la ragazza di corsa, esce in fretta dal bar, mentre Leonardo, il ragazzo che comincia mille cose senza sapere dove andare a finire, entra. 
Quante persone entrano ed escono dal bar ogni giorno?
Ne avete un'idea. 
Ma poche si scontrano come fanno loro ora. Possiamo dire che lei corre troppo per quella campanella che minaccia di suonare, o che lui è sempre troppo con gli occhi per aria e la testa tra le nuvole. Possiamo giustificare questo piccolo inutile incidente in migliaia di modi diversi. Eppure, è successo. 
E dopo che si sono scontrati, si guardano negli occhi. Non è una faccenda poi tanto normale.
- Ciao - dice lei.
- Scusa - dice lui, le raccoglie lo zaino: è leggero, mezzo vuoto. 
Lui resta con le mani in mano. Le mette in tasca. Vorrebbe avere i capelli più lunghi. Sta cercando di controllare ogni muscolo del viso, della schiena. Si sente il rumore di tutto quel lavoro, qui. Cioè, io lo sento, e la scena prosegue. Sono più di duecento i muscoli necessari al sorriso, comunque, pensateci. 
E lei ora sorride.
Entrambi hanno quell'espressione da impreparati in cattedra, ma anche da Natale improvviso, da gelato caduto in terra: terrore e stupore. Timore e tremore.
Lei pensa: com'è che diceva il prof? Ci vuole pazienza con i fiori; e anche che l'amore non è una malattia, pur se è stato sempre descritto con accurata sintomatologia; e che qualunque cosa accada, sono soprattutto gli errori quello che ci tiene vivi. Una donna scappa nella foresta e tutti dietro a perdersi. A perdere la testa, la vita, il senno. Per un seno? Per questo seno appena spuntato? Ma che succede quando è lei che vuole farsi trovare, invece? 
E pensa: i miei piedi sudano, ora, e si fanno troppo leggeri. 
Con te commetterei ogni errore. 
E lui: sto per sbagliare, la palla uscirà, la schiena è sbilanciata, rigida, innaturale, il portiere troppo grande e veloce, e tutto intorno questa folla muta di sguardi, si annuvolano risate, le marmitte di motorini strombazzano scherno, ho un brufolo sulla guancia e lei ha gli occhi del temporale che arriva lento quando invece di studiare guardi fuori dalla finestra.
- Oggi forse pioverà. - dice infine. 
E lei: -e temo che ogni goccia di pioggia possa uccidermi. -
La citazione scolastica non viene raccolta, ma ugualmente le nuvole alte hanno mandato un rumore come di porcellana che si rompe e, anche se attorno tutto ha ripreso a girare sempre più veloce, lei è corsa via rincorrendo la campanella, gli amici hanno annebbiato l'aria di olio bruciacchiato, padri sono usciti e madri entrate, i libri sono stati chiusi, le gomme sputate, le sigarette spente, loro due, Ludovica e Leonardo, sono accesi ora da una miccia in fiamme.
E adesso che invento parole in questa moviola di altri cuori, vorrei spiegarvi cosa c'è sotto la porcellana quando si rompe, ma ora, ma prima, provate ad ascoltare il suono di questa miccia che, in un largo groviglio, brucia.

martedì 25 maggio 2010

lezione #4

Lezione n° 4

Salvatore ha percorso tutto un viale, attorno a cui si è sviluppato negli anni un quartiere. Dalla disposizione dei palazzi, è evidente che, come quando dopo una lunga giornata di pioggia crescono al primo sole molti funghi, qui i palazzi sono fioriti dietro intenti di cui nessuno si ricorda più. Eppure le persone ci vivono ancora. Salvatore è stato alquanto preoccupato, e anche un po’ di più. Inoltre nell’angolo di cielo che si mostrava tra i palazzi si erano addensate scure nuvole temporalesche. Salvatore non si è perso d’animo: va’ dove vuoi, gli era stato detto, e arriverai. 
Aveva cercato di mantenersi fedele a questo consiglio.
E ora, mentre stava cominciando a pensare che quello che voleva veramente era mangiare e non andare da qualche parte, incontrò una signorina con un passeggino. Era incastrata sulle strisce pedonali: gli era impossibile passare perché sul suo passaggio dormivano macchine addormentate. Il tram scampanava immobile: era pieno di persone che, mentre Salvatore si avvicinava, hanno cominciato a scendere.

S._ Signorina, posso aiutarla? Sono Salvatore, sono uno studente e amo le Dolomiti. 
Signorina_ E cosa vuole fare? Non vede che qui non si riesce neanche più ad andare avanti? Comunque io sono Barbara, e sono una giovane mamma.
S._ Che bella cosa! 
B._ Questo lo dice lei. Non riesco a muovermi da qui. Dietro di me il tram, davanti a me le macchine addormentate. E sopra il diluvio sta per cominciare.
S._ Guardi, qualcuno la sta aiutando. 
B._ Forse mi vogliono violentare!?
S._ Sembrano violente. Sono solo arrabbiate.
B._ Ho paura. Tremo.
S._ Ma cosa faranno?
B._ Si metta qui davanti a me, così mi nasconde. Non è facile andare in giro per una giovane madre.
S._ Non c’è nulla da temere. Vede, cercano di spostare la macchina.
B._ Ma cosa fanno, sono matti?
S._ Ecco, hanno rovesciato la macchina sul marciapiede così può andare avanti. Salga sul marciapiede. Questa brava gente ha risolto il suo problema. 
B._ Hanno risolto il loro problema. Guardi come risalgono veloci sul tram, prima che quello li lasci qui. Non è possibile star fermi, davvero, non qui.
S._ Non è facile accontentarla, davvero. 
B._ Mi aiuti a sollevare il passeggino, non riesco a fare lo scalino del marciapiede.
S._ Volentieri.
B._ Grazie.
S._ Prego, non c’è di che. 
B._ E’ straniero, vero?
S._ Si. 
B._ Da dove vieni?
S._ Guardi, il tram è ripartito. 
B._ Non farà molta strada: alla prima curva ci sarà qualcuno che cadrà, non si sono chiuse completamente le porte, succede quando c’è tutta questa umidità. Quindi la sua testa mozzata si incastrerà tra la ruota e la rotaia e il tram sarà fermo di nuovo. 
S._ Capisco.
B._ Qui non ci può andare avanti, e non si può stare fermi. 
S._ Il suo bambino è un po’ freddo.
B._ Quello non è la mia Mercedes, è la spesa; la porto così per camuffarla. Ho battuto tutta l’estate per pagare l’asilo, per le mia Mercedes voglio solo il meglio. Avrà tutto quello che non ho avuto io, così avrà tanti amici con cui parlare con il cellulare. 
S._ Lei è una persona buona, ma non capisco come ha fatto a battere l’estate. Allora questi che sento sono alcuni di quei buonissimi gelati. Devo comprare qualcosa anch’io. Dove devo andare? 
B._ Nella direzione opposta alla mia, mi sembra ovvio. 
S._ Allora per di là? 
B._ Esattamente, dritto alle mie spalle. Vedi bello, io ne ho le palle piene di farmi scopare da persone tanto tristi che mi riempiono di lacrime; e poi puzzano sempre di cipolla. Qui tutti lavorano per farsi la guerra, e poi si fanno la guerra per lavorare ancora. E alla fine della giostra vengono a piangere tra le mie gambe. La mia Mercedes ha bisogno di un cambiamento. E adesso dove devo andare? Cosa crede che dovrei fare? Le viene facile venire ad aiutare, vero? Tanto a lei cosa le costa? Ma cosa vuole capire lei, glielo dico io: qui non si può fare proprio niente. E poi questo marciapiedi fa schifo, stavo più comoda ferma sulle strisce pedonali. 
S._ Capisco, le serve un nuovo cambio. 
B._ Ora avrei tanta voglia di dare un bacino alla mia Mercedes. 
S._ Signorina Barbara, può ripetere: io non ho capito.
B._ Qui non si va né avanti né indietro: si fa troppa fatica a restare fermi. 

Una volta detto questo, la signorina, gentile e onesta, si chinò sul passeggino e iniziò a succhiare con una cannuccia da una bottiglia, tenuta in fresco dai surgelati. In pochi secondi gli occhi accelerarono fuori dalle orbite, e lei cadde con la testa dentro la busta di plastica che si riempiva di rosso. Intanto che lungo le gambe cominciava a calare un liquido simile a una zuppa di cipolle, tuttavia sfrigolava sul marciapiede lavando via le gomme da masticare pietrificate, i suoi occhi fissavano il cielo scuro, appoggiati su una confezione di verdure miste congelate.
Dei due, uno era finito sulla O di “Facili e Buonissime”: così era scritto sulla confezione.

venerdì 21 maggio 2010

Equilibristi #6

6.



“Ho sbagliato per sbagliare non perche' lo dite voi 
e non mi pento proprio, sono in riserva ormai. 
Io ci credo in quel che voglio e forse voglio farmi male 
ma non mi riconosco in quello che conviene. 
Mi piace scivolarvi fuori da ogni calcolo. 
Per riportarmi in riga servira' un miracolo. 
Complici e simili da credere alle favole, 
coi nostri sogni in gola, questa notte sembra fatta per noi... 
che non ci guarderemo indietro mai.”
(Negrita)



Si sente fin qui: sta dietro le parole di chi parlotta al bar. Nessuno ascolta, ma si sente. Il corridoio della scuola si svuota quando gli studenti entrano in classe e lentamente tutto si fa silenzio; la bidella torna a sedere alla sua scrivania. Gli zaini si aprono, si cercano le penne, i libri, i quaderni. Qualcuno si prepara a proseguire i sogni lasciati poco prima nel cuscino. I professori firmano i registri, annotano gli assenti. Poi incominciano a parlare.
E dal paese delle nebbie in cui si sente perso, il professore comincia a parlare così. Ha tirato via le maschere, o ne ha indossata un'altra. Comunque, nonostante il mondo oggi sia una cosa dalla consistenza incerta, sorride, tira fuori dalla borsa un foglio.
“Vi ho scritto una lettera” dice, e intanto pensa: cerchiamo di sopravvivere a quest'ora! 

"Per quanto mi riguarda non esiste altro lavoro capace di farmi sorridere così. E ovviamente vi auguro di riuscire a trovare questa stessa emozione, un domani. 
Ma volete sapere qual è il segreto? Siete voi. 
Non c'è altro modo per dirlo. 
Vi diranno, ve l'ho detto anch'io, maleducati, sporchi brutti e cattivi, vi diranno "mi deludi", vi diranno "non ce la farai mai". Sono stato anch’io crudele ed isterico, e quante volte mi sono lamentato di voi, vi ho detto che fate schifo e altro: spero riusciate a capire che avrei voluto dimostrarvi come i complimenti costano poco, e ogni volta è solo dentro di voi che si può decidere, che tocca sempre e solo a voi quella difficile missione che è giudicarsi (è per questo poi che vi ho sempre detto che i miei voti non sono poi così importati come credete voi!). 
Perché in fondo, magari proprio in fondo in fondo, siete voi che insegnate a me l'arte del sorriso. (Tocca a voi! E spero che abbiate capito quanta intelligenza ci vuole per riuscire a sorridere sul serio!) E poi è inevitabile che i vecchi si lamentino dei giovani: non ci badate, ma piuttosto imparate a fare tesoro dei consigli di chi, anche se a voi può sembrare assurdo, ne ha già combinate, ha già combinato quasi tutti i guai che voi ancora non siete neppure capace di immaginare, ha già vissuto anche momenti tanto belli che voi non potete neppure, ancora, sognare, ha già sbagliato ed ha imparato a ritornare sui propri errori, non per cancellarli - purtroppo è impossibile - ma per andare avanti e correggerli, per migliorare sempre. 
Sbagliando s'impara, no? 
Non smettete mai di imparare.  
E ricordate che non esistono cose per cui valga la pena rinunciare al sorriso. Ascoltate gli altri, ma state attenti, ricordate il piccolo principe? "L'essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore!" Usate il cuore, sempre, per capire in che situazione vi trovate, per capire dove si nasconde la strada migliore. Usate il cuore per scoprire che non esiste cosa migliore dell'incontro con un'altra persona, del bere anche solo un sorso d'acqua insieme ad un amico. Vivrete certo mille e mille avventure, nei prossimi anni: dovrete affrontate mille e mille scoperte, e alla fine scoprirete che non c'è nulla che possa essere paragonato al piacere che dà sentire, vedere, conoscere davvero un'altra persona. E lo studio non è altro che questo: vedere e sentire il mondo che ci circonda, questa grande cosa che gira e gira e molto spesso sembra poter fare tranquillamente a meno di noi; le cose dei giornali non cambiano di certo grazie a noi, no? Eppure, vedete, tutto lo studio non è altro che un dire, e gridarlo, anche, quando servirà, che il mondo siamo noi, la storia siamo noi, che le responsabilità degli errori sono nostre, ma anche che abbiamo la possibilità di fare del mondo un posto magnifico.
Ricordate i discorsi sui nonni? A me piace immaginare come mio nonno potesse immaginare la mia vita d'oggi. E' morto vent'anni fa! 
Chissà, avrà mai pensato ad internet ed ai cellulari? Avrà mai pensato a queste ultime guerre? Avrà pensato all'inquinamento? Non lo so. E a me, come mi avrà immaginato, quando mi guardava bambino? Quel che voglio dire, è che mi piacerebbe essere all'altezza dei sogni di tutti quelli che ci hanno preceduti. E' questa la storia.
E i vostri genitori cos'hanno sognato di voi? E voi, cosa state sognando? 
Siamo persi dentro un mondo in cui troppe persone cercano di insegnarci chi siamo: alcuni lo fanno vendendoci i vestiti, altri una certa musica, alcuni persino vendendoci certi libri, la scuola lo fa in un altro modo ancora, gli amici in un altro, l'amore, quando sarà, lo farà anche lui, ma siete solo voi che potete e dovete decidere: chi volete essere?
Io sono stato così fortunato da essere, oggi, quel che avrei voluto: ancora capace di ridere con voi, ancora capace di giocare. E nonostante questo, lo sapete bene, rimane evidente tutto quello che ancora c’è da fare! Ovviamente è per questo che mi trovate sempre incontentabile: non dimentichiamo che questo significa soprattutto che da domani bisogna ricominciare a lavorare per non perdere questi doni.
Spero che tra le altre cose che avete potuto rubarmi ci sia anche questo: che quando c’è qualcuno che piange, qualcuno che ride, qualcuno con un cuore che sembra impazzito ed invece è semplicemente vivo, e quindi pieno di tutti quei problemi che state cominciando ad assaggiare, quello è il momento in cui non potete lasciarlo solo! 
Ripensate a cosa abbiamo fatto, insieme, fin qui.
Avevamo molto lavoro da fare.
Avevamo programmi precisi, tabelle di marcia da seguire, avevamo obiettivi da raggiungere. Obiettivi molto precisi. Sono proprio queste le cose che ti insegnano quando dici che vuoi fare l’insegnante! Forse molto lo abbiamo fatto, ma questo dovrete dirlo soprattutto voi, e per dirlo dovrete aspettare le nuove prove che vi attendono. 
Quello che voglio dire, ora, è che in fondo non abbiamo mai o quasi mai rispettato quelle tabelle di marcia; abbiamo fatto lunghi giri e deviazioni impreviste; abbiamo affrontato problemi nuovi ed imprevisti. Ci siamo incavolati, abbiamo litigato, abbiamo discusso, abbiamo avuto pazienza, abbiamo avuto la tentazione di mollare, e abbiamo riso e abbiamo pianto, e alla fine di tutto, per riassumere, posso dire: siamo stati insieme.
Questo è quello che vorrei aveste capito, da tutta la mia confusione: non esiste piano o programma o obiettivo che valga tanto da rinunciare ad ascoltare col cuore altri cuori. Ovviamente quella del cuore è una metafora piuttosto banale, ma spero vi renda l’idea.
Quel che vorrei sarebbe l’aver avuto molto più tempo da perdere con voi. E quando ripenso a questi mesi mi accorgo che sono passati, nonostante gli strilli e la fatica, come se fossi rimasto, in un lungo pomeriggio d’estate, ad ascoltare il rumore dei fiori che si preparano a sbocciare. Ad ascoltarvi crescere.
E’ appena l’inizio: è una di quelle faccende che durano più o meno tutta la vita. Per fortuna.
E ora un'ultima cosa: non vi nascondete dalla fatica, perché è nella fatica che si nasconde ogni piacere: altrimenti vivrete sempre mangiando cibi senz'appetito, bevendo senza sete, amando senz'amore. E ricordate che esiste il riposo, ma esiste, appunto, solo dopo la fatica. 
E soprattutto non credete a chi vi dice che le fiabe non esistono e che nessuno oggi vive felice e contento: oggi si può vivere felici e contenti, a patto di ricordarsi che lo si fa solo fino a che non inizi la prossima avventura! Ricordate? Tutto inizia con la rottura dell'equilibrio. 
E la vita non è altro che una lunga rincorsa all'equilibrio.
Esistono nani feroci, elfi astuti, giganti rabbiosi, streghe cattive, folletti dispettosi.
Ma esistono anche vecchi amici saggi, giovani coraggiosi, fanciulle e fanciulli meravigliosi, e ogni volta che ridete nascono nuove fate.

Enrico ripiega il foglio come fosse una cosa improvvisamente urgente, evita di guardare la classe e dice: “E adesso prendete i diari e scrivere per domani: rispondere alla lettera del professore. Non penserete mica che solo perché oggi non mi sento molto bene avete la scusa per non combinare niente?”
A quanto pare anche oggi il professore se la caverà. La classe ascolta le sue parole. Quando si allontana dalla grammatica e dalla letteratura quei piccoletti ascoltano più volentieri: questo non vuol dire che gli diano retta. 
A questo mondo ognuno deve per forza sbagliare da solo.
E tutti quelli della razza che sta a guardare, della quale evidentemente faccio parte, imparano questa come prima regola: quando vedi qualcuno che sta per inciampare, non puoi far nulla per impedirgli di inciampare. Al massimo puoi cercare di spostare gli oggetti attorno, limitare i danni, offrire, quando puoi, ed è un evento piuttosto fortunato, qualche tenue misura di sicurezza. 
Ma la vita, come ripete Enrico, il professore, è sempre una rincorsa ad un equilibrio.
E l'equilibrio è sempre faccenda di un momento, in cui le molte forze contrastanti e tra loro in lotta si equivalgono.

venerdì 14 maggio 2010

Equilibristi #5



5. 



Lui era il mio Nord, il mio Sud,
 il mio Est ed ovest,
(W. H. Auden)







E se fosse? E se non fosse? 
Pensa così la bambina che è passata qui davanti correndo: è tardi. La campana a scuola sta per suonare. E il bar sta per riempirsi di genitori che hanno il tempo di chiacchierare, una volta concluso il giro tra asilo, elementari, medie. L'ingresso a scuola coincide con un momento di traffico impazzito, mamme frettolose, nervose, che scattano verso la giornate di lavoro: i papà, quando ci sono, sono più rilassati, specie quelli con belle macchine. Il suono della campanella attira la ciurma di studenti lentamente ma inesorabilmente, come lo scarico di un lavandino. Subito dopo le autovetture scivolano via, e il bar cambia atmosfera, tutto è più lento, e i genitori si godono quei minuti in cui tolgono la maschera familiare e si sentono liberi dallo sguardo dei figli. Ma la campanella ha anche il magico potere di riempire l'aria di ansia: i ritardatari si precipitano. Anche se si trattengono dal correre, dentro hanno l'inquietudine che prende al suono del telefono: è il segnale di un appuntamento. E questa bambina  sta correndo per non arrivare tardi, per non sentirsi addosso lo sguardo della bidella e le lamentele del prof. Perché arrivare tardi ad un appuntamento mette una strana inquietudine. 
Da pochi mesi tiene i capelli sciolti, questa bambina. Forse per questo non è più una bambina. E corre, portandosi dietro mucchi e mucchi di voglie, nuove, strane, incomprensibili. Corre perché da poco tempo la scuola è una cosa diversa. Esistono cose nuove. Il suo professore parla di cose strane, nonostante la noia della grammatica. Imparare comincia a diventare una cosa diversa dall'avere il quaderno con i compiti in ordine. Le cose stanno cambiando, e lei comincia ad accorgersi che questo suo ritardo, non è solo un ritardo rispetto al suono della campanella, non è solo una R sul registro: mentre corre verso scuola, sta pensando che sarà sempre così. La vita corre e non s'arresta un'ora, ha letto in classe. Dobbiamo cercare di essere felici, forse è per questo che il prof la legge. Forse è questo che continuamente cerca di spiegare. 
Ma correndo, pensa che correrà sempre. Non correrà per scappare, ma per raggiungere. 
Ci sarà sempre una campanella che suona. 
Come Capitan Uncino e il ticchettio degli orologi: ma non pensa più alle favole. Corre dietro i voti, che non sono come vorrebbe. Corre dietro il sentirsi dire brava. Corre dietro lo specchio in cui si vede diversa, perché diversamente si guarda. Corre dietro gli obblighi che comincia ad imparare, e dietro i desideri che cominciano a suonare come campanelle impazzite in ogni istante e ad ogni respiro. 
I capelli scivolano nell'aria. 
Il professore sta trascinandosi in classe: parlerà delle fiabe, oggi. Antropologia e psicologia e mal di testa. Perché gli piace cercare di convincere chi lo ascolta che la vita può essere una fiaba, con i suoi protagonisti e antagonisti, con inattesi oggetti magici, aiutanti inaspettati, insperati colpi di fortuna e improvvise catastrofi, perché è tutto qui, nell'avere una storia, nel trovare il modo di raccontarla, e raccontarla significa viverla, rispettando le regole e violandole, perché finalmente sono state davvero comprese.
Enrico comincia a pensare: abbiamo tutti paura. 
E tutti desideriamo la felicità. 
E diventare grandi significa accorgersi che è impossibile essere veramente all'altezza dei propri sogni, dei sogni che so di noi sono stati fatti. 
E mentre la campana suona, pigramente trascinandosi in classe, mentre gli studenti trasportano il loro rumore del corridoio, mentre gli ultimi ritardatari correndo arrivano al cancello, pensa: siamo persi in una nave di pirati. 
Esistono isole a cui abbiamo dato nome, andandocene; di quello che verrà sappiamo sempre molto poco. 

domenica 9 maggio 2010

Lezione #3

 Lezione n° 3

Salvatore ora vive solo: deve provare a fare la spesa, visto che il cortocircuito ha fatto fondere il frigorifero. Per sei giorni ha vissuto con i surgelati che si stavano scongelando. Dapprima ha succhiato pezzetti di minestrone congelato in busta, poi ha goduto dei gamberi sgusciati e delle cozze cilene, ma alla fine ha finito anche le cipolle. Negli ultimi giorni la sua dieta a base di cipolle crude non ha giovato al suo alito né alla sua simpatia. Ma almeno egli non se ne rende conto: finalmente si decide ad affrontare il supermarket.
Una volta in strada, si ricorda che non sa quale in quale strada deve essere. Un passante si ferma per aiutarlo.

S._ Mi scusi, persona gentile. Mi chiamo Salvatore e amo le Dolomiti.
Passante_ Salve ragazzo, mi chiamo Ferdinando e non sono cristiano.
S._ Lei sa, io devo mangiare.
F._ Ma vai a lavorare, allora! Questi stranieri che vengono qui a morire di fame; almeno ai miei tempi venivano a rubarci il lavoro e a rapirci le donne. Ma non vi vergognate?
S._ Ho i soldi. Il supermarket è in fondo a questa via?
F._ Capisco. Quanti soldi hai esattamente, sei sicuro di poterci comprare da mangiare?
S._ Ecco signore: sono abbastanza soldi?
F._ Come no! Con questi puoi comprarci un bel po’ di quei magnifici surgelati che ti durano a lungo, e hanno molte vitamine. Quando è morta mia moglie lei era morta ma il minestrone era ancora perfettamente congelato, e così sarà per sempre. Vedi cosa vuol dire il progresso? Questo è un paese civile, industrializzato. In-dus-tri-ali-zzato! Capisci, figliuolo? Fammi vedere meglio questi tuoi soldi.
S._ Prego signore, lei è così gentile, e io sto benissimo, solo che devo comprare da mangiare.
F._ Ecco, guarda. Finirai per confonderti. Quando uno ha troppa possibilità di scelta poi non sa più che cosa scegliere. Ti aiuto io: guarda, questi qui ti bastano per i surgelati. Questi li tengo io, così non avrai problemi. E poi non sai che queste periferie sono piene di assassini?
S._ Assassini? Non conosco questa parola.
F._ Caro ragazzo, sono quelle persone che uccidono per denaro. Guarda, tieniti questi e vedrai che tutto andrà benissimo. La prossima volta ti offro un caffè, ti piace il caffè? Tu hai la faccia di uno che beve soltanto tè. O magari preferiresti una birra?
S._ Grazie signore, molto gentile.
F._ E’ sempre un piacere aiutare un ragazzo come te. Qui siamo quasi tutti brava gente. E’ solo che quelli cattivi non sanno di esserlo. E ora arrivederci.
S._ Scusi, ma dove devo andare?
F._ Puoi andare dove ti pare, ci troverai sempre qualcosa da comprare.
S._ Grazie.
F._ Ci vediamo in giro, scemo.

Così disse quella persona, onesta e gentile, e si allontanò attraversando la strada, superando l’aiuola di cartacce. Il giorno sembrava richiudersi alle sue spalle. E così Salvatore si mise in cammino.

sabato 8 maggio 2010

Equilibristi #4


4. 



Verrà un altro inverno 
cadranno mille di petali di rose
la neve coprirà tutte le cose 
e forse un po’ di pace tornerà.
(Amalia Gré)

Come neve bianca scenderei, 
per coprire tutto quello che sei. (Negramaro) 

La neve copre tutti, come il peccato. 
(Talmud)



Lei è una ragazza che la guardi e apri di più gli occhi, come quando nuoti allarghi bene la bocca, per catturare l'aria. 
E' entrata, apparsa, scomparsa. E' come quando d'improvviso arriva la neve. Ricordate quella volte che ha nevicato? Pensateci. Sotto quella neve tutto diventa improvvisamente più bianco, lento, morbido? I pensieri sembrano farsi fiocchi, cristalli sottilissimi che cominciano a scendere, mescolati a quel freddo, e tutto quello che si agitava fino a un momento prima si calma, le macchine si bloccano, tutti si immobilizzano, e così i pensieri scivolano lenti e tutto sembra diverso, più lento, più calmo, più dolce. 
E' successo anche a lei. Ha nevicato sulla sua testa e nel suo cuore. Perché lei ha avuto un uomo. Un uomo vero; è più grande. Sono stati insieme, come succede. Lui è pazzo di lei e lei sente questo desiderio. E accetta di lui che sia sposato, che abbia figli, che sia impegnato. Perché ogni suo bacio la fa sentire grande, forte, bella. Perché è un uomo, avventuroso e pazzo, scostante e scontroso, e le parla d'amore, quando ha voglia d'amore, e le parole volano, e si intrecciano. 
Che importa se è una colpa? Se, mentre si amano, nella notte qualcuno aspetta altrove. 
E allora nevica e le colpe cadono al suolo. L'amore è senza peccato, pensano entrambi, guardando la neve fuori dalla finestra.
E sorridono. 
Ricordate come si sorride, in queste occasioni? Perché è successo anche a voi. E se non è successo, sta accadendo ora.
Lui ascolta sua moglie che gli parla, e pensa a lei: un corpo giovane che lo fa sentire bello. Lo rende goloso. Felice. Sente in quel corpo come una primavera tiepida. E pensa di dirle: donna. E questa parola ha nuovi significati. 
Lei sente i suoi litigare, le dicono di studiare. L'università è un pianeta sconosciuto dove tutto gira veloce, dove lei ancora non ha capito cosa fare. La neve servirà anche a questo. Ricordate come tutto rallenta?
Perché succede a tutti di avvertire dentro di sé la paura di essere gli unici a non sapere dove si sta andando. La paura di sbagliare. E tutti attorno sembrano impegnatissimi a correre da qualche parte, e lei pensa che è felice di andare, camminando, ma certo non sa dire dove sta andando. Eppure lei è felice, distrattamente felice. Pensa al suo profilo. Lo disegna nell'aria della domenica pomeriggio, mentre lui è uscito a giocare coi figli. Quante parole girano in una testa in un pomeriggio? Tutte le parole del mondo, forse. Parole che dicono che amare non è una colpa. Parole che dicono: non puoi averlo. Parole che dicono: nonostante tutto, qui manchi tu. E si tocca un livido, ripensando alla macchina, alle stelle, la luna, il respiro, l'ultimo orgasmo. Si diverte a pensare dove ha sbattuto e quando. Lo tocca, per risentire nel corpo quelle emozioni nuove. Riuscire a ricordare il sapore della prima marmellata? E' così, gusto di assaporare, assaggiare, mangiare, saziarsi. Questo pensa, eppure è lontano. Lontano. Lo desidera. Eppure è impossibile. Eppure sembra irresistibile, con le sue parole, i suoi baci.
E' come ricordare una lontana nevicata. 
In una partita di scacchi non è facile capire quali siano le mosse sbagliate e le mosse giuste. Non sai mai cosa sta per accadere. Per quanto tenti di prevedere, non puoi riuscirci. Per questo scende la neve, a coprire la terra, a riempire la testa di quell'ovattata calma, per poter dire: va tutto bene. 
Tutto va bene, queste mosse fanno parte di una partita più grande. Per questo ti dici: sono felice. 
Sono innamorata.
Per arrivare alla magia di crederci davvero dimenticando le voci che da dietro le quinte della mente sussurrano preoccupazioni e dubbi. 
Perché già amori sono sbocciati e finiti. Perché questa cosa è stata attesa, sognata, desiderata, sfiorata, e poi finalmente vissuta in una sera d'estate, in una tenda mossa da un leggero vento, in un ti amo gridato, poi è finita e ricominciata altre volte, e allora quei sogni si sono trasformati in dubbi ora, e c'è la voglia di riconoscere nella mancanza, nel desiderio, nelle mani, negli odori, un significato sperato, e c'è la paura di sbagliare. 
Perché quando sei caduto una volta, ricordi il dolore sulle ginocchia e le sbucciature alle mani. 
Ma desideri correre ancora. 
Per questo ripete senza parole: sono innamorata. 
Perché lei desidera correre ancora, selvaggia, forte come la betulla, affondando le radici nella terra, lasciandosi scuotere dal vento, scorrente come acqua.  
E quella neve, nei ricordi, rallenta tutto. 
C'è dolcezza. Se lo ricorda. E il calore del desiderio. Ricorda anche questo. 
Ma rapidamente sono già ricordi.
Forse non era un peccato, ma non ha funzionato. 
Una domenica ha scritto così, prima di addormentarsi, trovando il sogno cambiato:  

Nei miei ricordi non c’è più la neve, 
il cielo una volta chiaro e limpido, sta mutando.
All’improvviso la foschia, arrivata da lontano
a cancellar quel che di te è rimasto. 
Non ricordo più come suonano
le note della tua voce, e quell’erre buffa. 
Non ricordo più il contorno del tuo viso, 
il profumo della bocca, il calore delle mani. 
Sembra soltanto il ricordo  di una vita passata 
troppo lontana, troppo distante da quella che è 
la realtà. La tua realtà, alla quale,
pur volendo, non posso appartenere. 
E senza troppe domande 
vado via, 
semplicemente.

Dalla neve alla nebbia.
E ora che è primavera, indovinate dove l'ho vista io, questa giovane donna?
In una partita, non puoi mai essere sicuro di aver commesso un errore: da una mossa sbagliata può accadere qualunque cosa. Anche di entrare in un bar, come oggi, e illuminarlo con una maschera.
Una maschera che nasconde una strega.
Perché tutti poi, come strani pedoni, camminiamo, camminiamo, e un giorno, forse, con la neve o il sole, sapremo dov'è che stavamo da sempre andando.