lunedì 26 aprile 2010

Caos calmo, Sandro Veronesi



Romanzo di successo, l'avrete sentito nominare: vincitore del Premio Strega nel 2006. Dal romanzo è stato tratto l'ovvio film di altrettanto ovvio successo, noto per il piano sequenza che rappresenta una scena di sodomia: stuzzica gli appetiti anche più pacati, infatti, questa trasgressione soft-porno. Io aggiungo solo una mia personale postilla: Moretti nella parte del supermaschio mi ha suscitato un irresistibile scroscio di risa!)
Bene, sappiamo di cosa stiamo parlando. Romanzo? Prendiamo la parola nel senso contemporaneo del termine: montaggio di frammenti. La struttura è questa: al centro un personaggio e la sua difficile elaborazione del lutto (il caos calmo del titolo), attorno a lui una serie di personaggi che agiscono e reagiscono: ne risulta un intrecciarsi di storie basato fondamentalmente sullo scavo nel rimosso. Infatti nel libro si spulciano le mail della moglie morta, si scopre l'esistenza difficile e il rapporto ambiguo con un'improbabile cognata, si svela qualcosa dietro la maschera da bellimbusto del fratello, si cerca il bandolo di una matassa finanziaria, un importante fusione aziendale. 
Il libro è tutto qui: il protagonista, colpito dalla morte improvvisa della moglie, si ferma ogni giorno nel giardinetto davanti scuola della figlia: e in questo giardino tutto il rimosso d'un tratto viene a galla. L'amico cattolico bestemmia, condensando la sua dignità in una lettera di dimissioni.
La cognata ha una crisi di panico, sfascia un paio d'automobili parcheggiate e si spoglia in mezzo alla strada.
L'elenco potrebbe continuare, ma è superfluo. La chiave per l'interpretazione potrebbe essere quel personaggio secondario che, per una sorte di esaurimento nervoso, pronuncia oscene volgarità nelle situazioni meno opportune e improbabili: il libro è tutto un venir fuori di quello che "non sta bene". Detto questo non serve spiegare il filo tenue che unisce l'iniziale rocambolesco salvataggio in spiaggia con la scena di sodomia.
Purtroppo ho l'impressione che questo tenue filo sia bastato a sostenere ed incoraggiare la curiosità (morbosa?) e l'interesse del pubblico: di tanto poco il pubblico nostrano si accontenta, infatti, a patto che il tutto sia tenuto su dall'eleganza dello stile. 

"Sandro Veronesi racconta con stile morbido una storia di amore e dolore, mettendo sul piatto della bilancia l’importanza degli avvenimenti che, quotidianamente, sconvolgono le noster vite. Spinge il suo lettore a chiedersi se, la disperazione e la frenesia che tavolta la società moderna sembra imporre, non siano soltano dei modi assurdi dell’uomo, per evitare di pensare alle cose davvero importanti.   (da http://www.recensionelibro.it/caos-calmo-sandro-veronesi.html)
Insomma: piccante e leggibile. Che questa possa essere la chiave del successo letterario in questo nostro paese è cosa su cui è meglio se ognuno si fa la sua opinione. Così sembrano pensarla alla Bompiani:

La scrittura avvolgente di Veronesi, la sua danza ininterrotta tra intelletto e parola è la corda con cui Pietro trae a sé il secchio dal fondo del pozzo, piano piano, senza alternative, determinando le condizioni per un finale inaudito, eppure del tutto naturale, in cui si scavalcano i limiti del possibile e si approda alla più semplice delle verità: l'accettazione della natura umana nella sua banale, eroica confusione di forza e debolezza.
Con Caos calmo Sandro Veronesi ci offre un'opera importante, la cui maturità espressiva sfiora le profondità dell'apologo, centrando il nocciolo duro di un'umanità che patisce fino allo spasimo, e che dinanzi alla quiete si meraviglia. (dalla recensione sul sito bompiani: http://libri.bompiani.rcslibri.it/sclibro.php?isbn=45234894)

Ma questa stessa libertà mi permette di affermare che il libro non sta in piedi.
La lettura scorre ma sempre di più manca l'aria: forse per questo il romanzo si apre con uno scampato annegamento. Il punto è che qui il ritorno del rimosso appare sempre più puerile e patetico, adolescenziale, perso tra un po' d'oppio e qualche erotico prurito. Il tutto poi è strettamente chiuso tra le pareti di cristallo di quello che si definisce "bel mondo": bellle donne, capitani d'industria, giovani rampanti: un mondo asfittico, per quanto possa apparire internazionale e globalizzato.

Le vite di numerosi personaggi si intrecciano davanti alla scuola della figlia di Carlo, dove quest'ultimo si è rifugiato ad attendere che il caos, creatosi non solo per la fusione in corso, evolva in un nuovo stato. Ovviamente le storie e i personaggi sono frutto della fantasia più pura, ma i sentimenti, le sensazioni sono quelli che si respirano in tutte le aziende che affrontano un processo molto delicato come una fusione. (M. Bancora su http://www.imli.com/imlog/archivi/000980.html)
Si tratta di un romanzo contemporaneo, per di più psicanalitico: psicanalisi della classe agiata, è questo il tema. Argomento da telenovela, della serie "Anche i ricchi piangono".
Bene, tutto potrebbe finire qui. E non a caso il libro (e il film) così giustificano il loro successo.

Non conosciamo le intenzioni dell'autore: forse è un vecchio pregiudizio strutturalista o forse solo un modo per tentare di far tornare il libro un oggetto da interpretare e non un prodotto da consumare (l'autore è diventato un brand).
Allora sospendiamo la stroncatura: se la psicanalisi è un'ermeneutica del sospetto forse è possibile tentare di fare un contropelo a questo libro. Forse qui è tutto vuoto perché così dev'essere; forse lo scavo nevrotico non conduce a nulla perché nulla c'è davvero. Se il rimosso che ritorna è risibile è perché i vincoli sociali del "bel mondo" non hanno nessun senso.
Il libro potrebbe essere una beffa: e lo spettatore, che cercava una qualche catarsi nella tragedia degli eroi, si trova davanti al vuoto di uno specchio.
Il libro cerca di mettere a nudo dei personaggi per dimostrare che siano nudi da sempre.
Non è molto, in effetti, per un Premio Strega.
Che lo faccia per smerciare eleganti frustrazioni per compensare le ben più volgari normalità della massa, che si compiaccia di prendere sul serio la sottile analisi psicologica o che vada letto mantenendo un dignitoso riserbo ironico, lo decida chi vorrà leggerlo.
Questa è la libertà del libero mercato, e that's all, folks...

Dispiace soltanto che un moderno romanzo psicologico trascuri la lezione che un secolo fa diede Svevo: la classe borghese non ha psicanalisi che non cada nel ridicolo, per il semplice motivo che non ha realmente anima.


sabato 24 aprile 2010

Equilibristi #3










Verso la fine della vita avviene come verso la fine di un ballo mascherato, quando tutti si tolgono la maschera. Allora si vede chi erano veramente coloro coi quali si è venuti in contatto durante la vita. 
(A. Schopenauer)






In un bar si fanno sempre incontri strani e inaspettati e per questo quasi tutti quelli che entrano cambiano faccia, entrando; a meno che non siano frequentatori abituali, ma anche in quel caso ostentano fin troppo quest'allegria, come fosse un merito a fatica guadagnato e di cui vanno orgogliosi. A me nessuno mi vede entrare e nessuno uscire, ma questo forse non significa che non indossi maschere anch'io, qui dentro. Come fuori, probabilmente. Come voi, come tutti.
Gli unici che sanno entrare nel bar senza fingere sono gli studenti: allegri, sfrontati, stronzi e sfacciati. Entrano come si entra nella vita, spalancando la porta senza timori, come chi entra per litigare disposto a lasciarsi ferire.  
Ne sono entrati due ridendo allegri, di prima mattina. Uno diceva all'altro: "ma tu sei pronto in storia?" Ma l'altro lo spiazzava: "Dici che Lavinia ci sa fare?" E rideva, e negli occhi lampeggiava, come un riflesso di fanali, la malizia che lo possedeva. 
Portano negli occhi molti desideri orizzontali. Tutti. E se indossano maschere, sono gli unici che non le cambiano entrando da questa porta: chi era timido qui fuori, entra timidamente, non saluta nessuno, aspetta alla cassa stringendosi alle caramelle che aspetta di pagare. Chi fuori godeva di un motorino sgangherato, entra mostrando la sua maschera sgangherata. E quelli normali, aprono la porta ed entrano fieri della loro normalità.  Qualcuno di quelli più piccoli ha addosso una sua timidezza di cucciolo.
Uno ne è entrato adesso: ma non è poi così piccolo. Fuori i suoi amici fanno rumore con le marmitte aperte dei motorini.
E’ Leonardo. Entra a comprare le caramelle, come un bambino qualunque. Anche se è alto. Anche se comincia già a bere birra e rifiutare sigarette. Anche se muore dalla voglia di innamorarsi, ma non sa come si fa. 
Capire gli adulti è più complicato, forse perché sono troppo semplici.
O forse anche questo mio raccontare è tutto un errore, perché proietto alle mie spalle pezzi di film che ho visto e conosciuto, e credo di capire tutto. Il vecchio padre che racconta tutte le storie dev'essere vecchissimo, quasi più vecchio del mondo. Un vecchio che sorseggiava brodo primordiale, nelle sue serate allegre. Oppure la magia si nasconde davvero nelle parole che scegliamo di adoperare. Forse è tutta lì.
Questo giovane che sta cominciando ad uscire si descrive soprattutto per quello che non è: non è alto né grosso, non ha capelli da killer, non porta i vestiti di un reduce, non parla a voce troppo alta, non ha studiato, non è che gliene importi poi tanto, non ha mai baciato una ragazza, non si è mai innamorato, non saprebbe riconoscere l'amore neppure se  lo trovasse seduto lì accanto, in autobus, non ha mai fatto un viaggio all'estero, non ha mai capito cosa significa "amor ch'a null'ho amato", non ha mai preso meno di cinque né più di sette, non ha mai capito i suoi genitori, presumibilmente ricambiato, non ha mai fatto a pugni e non ha mai finito "Se questo è un uomo", libro amorevolmente consigliato dalla sua professoressa dello scorso anno. Non è come gli altri. Non è migliore degli altri: non ha mai aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, non ha mai veramente ascoltato un professore, non ha evitato che in piazzetta qualcuno prendesse troppo in giro qualcun altro, quando altri dissero “negra” lui guardava altrove; non ha mai pensato davvero al rapporto che c'è tra colpa ed omissione, in effetti.
Non è peggiore di altri: non ha mai fumato uno spinello, non ha mai rubato nulla con un valore superiore al paio d'euro, non ha mai trafficato in foto porno di compagne di classe, non ha mai ascoltato davvero quello che dicono in tv, non ha mai tradito un amico. 
Ora, nella magica età delle prime volte, molte di queste cose stanno per capitargli, proprio come sta per aprire la porta del bar e uscirsene fuori, incontro agli amici, per scappare via sulle selle rombanti, verso scuola o chissà dove, schivando autobus e indiani. 
Conoscete quella vecchia storiella? 
Degli dei non si può propriamente raccontare nulla. La loro vita è beata e immobile, per questo spiano l'amore sulla terra. 
Ma neppure i demoni hanno voce perché sono ormai sprofondati dietro la loro maschera di dispetto e ciarla, per questo spiano l'amore sulla terra. 
Una storia che inizia è soprattutto una storia in cui ci sia l'amore della terra.
Le storie infelici hanno sempre la loro particolare infelicità. Quelle felici si somigliano sempre nel loro enigma. 

Pipistrelli dei bar #1



“Violenza violata”

sparate ai cani
i gatti appesi graffiano ancora
riflessi di luna globalizzata
impressa stampata nei 
frantumi di specchio della propria riproducibilità.
Le teste spaccate le ossa rotte le percosse
imparano a parlare a testa alta, no?
Scoprire che siete vivi imparando dal giornale
che potreste morire anche se i binari si incrociano: 
le parallele sono sole fin’oltre l’infinito.
Si affollano sopra gli stormi,
gli storni ingoiati dai boeing.